Quel giorno d’estate aveva indossato i suoi sandali che lasciavano intravedere piedi ben curati e unghie laccate di rosso. La vide un vecchio deputato democristiano (forse ministro) e le sussurrò: «Scusi, onorevole – le diede del lei perché alle colleghe non si dava del tu – non potrebbe evitare di venire in Parlamento con le unghie rosse?». «No, non potrei», rispose lei, non da sventurata come la Monaca di Monza, ma da Rossana Rossanda. Donna vera, che ora non c’è più.

Sono una delle ex ragazze del Manifesto – scomodo anticonformista libertario “quotidiano comunista” – , giovani appassionate che sognavano la rivoluzione sessantottina e intanto ne avevano già fatta una, quella delle minigonne. Ed è così che mi piace ricordare Rossana, da donna a donna. Glielo devo, anche perché dieci anni fa ho scritto un libro che si chiamava Donne che odiano le donne e non sono stata tenera con lei, anche se la mia ferocia l’avevo riservata a Letizia Moratti. Noi ex ragazze del Manifesto (Lucia Annunziata, Ritanna Armeni, Rina Gagliardi, Grazia Gaspari, Norma Rangeri, Mariuccia Ciotta e tante altre) volevamo costantemente l’approvazione di Rossana, avevamo con lei un vero rapporto d’amore, ne spiavamo le mosse, gli sguardi, il linguaggio del corpo.

«Attenzione, si è messa il rossetto», bisbigliavamo nel corridoio della sede romana di via Tomacelli, e significava allarme rosso, problema politico. Poi si entrava nello stanzone dove ogni mezzogiorno si riuniva il “collettivo”, non solo una riunione di redazione, quasi una seduta di autocoscienza, come si usava allora nei gruppi femministi. Lei non era l’uomo che a qualcuno sembrava e non era neanche quel cubetto di ghiaccio che appariva ai superficiali che volevano sminuirne la storia. Quando dondolava la borsa con il manico appeso al ginocchio e intanto parlava di comunismo, non era a Marx che noi pensavamo, ma a come farle sparire quella ruga sulla fronte. Incontentabile, questo sì. Ma con una sua dolcezza segreta. Quando mi sussurrò «pensa al giornale, ma pensa anche a te» in seguito a un mio tragico lutto che avrebbe potuto danneggiarci tutti quanti, sentii in lei più la rivoluzionaria Rosa Luxemburg quando parlava dei “lividi dell’anima” che non l’austera comunista che aveva dato lezioni a tutti nel dodicesimo congresso del Pci.

Rossana ha sicuramente amato le donne, le ha stimate e, a un certo punto della vita, quando noi “ex ragazze” degli anni Settanta avevamo in gran parte preso il volo forse anche per liberarci di lei, ha dialogato con il femminismo. A modo suo. Senza rendersi conto del fatto che a noi, se pur singolarmente non aveva del tutto negato la vicinanza e la sua particolare dolcezza, aveva anche fatto del male. Ci aveva aiutate a scappare. Ci chiedeva di apparecchiare la tavola, disse un giorno Ritanna, mentre i fratellini ne erano dispensati. Noi l’ammiravamo e lei disprezzava la nostra ammirazione. E a Lucia, la ribelle che forse fu la figlia più amata, un giorno prese il viso tra le mani, mentre lei stava per andare a una manifestazione e le disse piano «per favore, non bruciare troppe macchine». Un gesto d’amore, una rara capacità di mettersi nei panni dell’altra. Ma un’altra volta le spiegò con fermezza (poi se ne pentì, raccontandomi l’episodio e non aspettandosi un mio commento) che di quello che lei pensava e diceva non le importava proprio niente. Come a dire: tu per me non sei nulla. Forse anche per quello, quando ho intervistato le “ex ragazze” per il mio libro dieci anni fa, Lucia Annunziata fu molto decisa nel dire che a lei di quell’esperienza non era rimasto niente. «Siamo state amate –mi ha detto- assorbite, poi scordate».

Ma oggi, ripensando alle tre donne di potere che ho incontrato al Manifesto, oltre a Rossana, Luciana Castellina e Lidia Menapace, non posso che ringraziarle. Ci siamo costruite una scorza robusta, grazie a loro. Che erano ideologiche, dure, forse divoratrici delle figlie, ma non “donne che odiano le donne”. Quando Rossana mi diceva “non miagolare” (avevo avuto uno scontro con Franca Rame per un suo brutto spettacolo sui palestinesi e lei si era lamentata con Lucio Magri), non era una mamma con il ditino alzato. Era qualcuno che mi stava dando uno strumento che mi aiutasse a dar valore alle mie ragioni e a farmi valere. Lo spettacolo era brutto e io avevo il diritto di scriverlo. Rossana condivideva, non mi diceva “hai ragione”, ma solo di non miagolare. Volevo sempre scappare, però, da lei e dal Manifesto.

E ci sono rimasta vent’anni, fino a che sono andata in Parlamento, nel 1992. Lei ne ha attesi altri venti, fino a rompere nel 2012 ogni rapporto con un giornale che non aveva più, e non ha più, nulla in comune con quello che fu. Era difficile per tutti distaccarsi, spezzare quel cordone. Eravamo stati una famiglia, con tutto l’amore e la violenza che albergano nelle famiglie. Ma allora io mi sentivo continuamente sacrificata e chissà quale riconoscenza mi ero aspettata quando, al ritorno da una spedizione non proprio priva di rischi cui ero stata esposta con un viaggio nel Portogallo di regime in compagnia di un clandestino condannato a morte, lei mi aveva liquidata con un “bene”. Avevo appena scoperto che il ragazzo che mi avevano pregato di accompagnare (con documenti falsi) era ricercato e faceva parte di un gruppo armato, avevo rischiato di essere arrestata, ero stata quasi stuprata, e lei mi diceva solo che andava tutto bene? Cinismo, freddezza? O non invece rispetto per una donna adulta quale io ero?

Al Manifesto, Rossana, proprio come noi ragazze e ragazzi di allora, ha imparato a fare la giornalista. Luigi Pintor, Valentino Parlato, Luciana Castellina lo erano da prima. Io, che vivevo a Milano ed ero nata alla politica mentre esplodeva la bomba di piazza Fontana, Valpreda veniva arrestato e Pinelli precipitava da una finestra della questura, divenni cronista giudiziaria. Sono presuntuosa se dico che Rossanda le prime nozioni di garantismo le ha apprese in assonanza con i miei articoli? La sua sensibilità, la sua capacità di lettura e ascolto fecero del Manifesto un piccolo giornale corsaro che per primo seppe non solo mettere in discussione le versioni ufficiali (per quello sarebbe bastato Lotta continua), ma anche l’ideologia della sinistra che voleva i fascisti tutti colpevoli e i compagni tutti innocenti. Mandavo i miei pezzi da Genova sul rapimento del giudice Sossi, scrivevo Brigate rosse, Pintor metteva le virgolette a “rosse” e Rossana le toglieva. Prima ancora di scrivere dell’album di famiglia. E ben prima di scrivere, insieme a Carla Mosca, quel bel libro-intervista a Mario Moretti.

Ma insieme difendemmo anche, in un giornale che portava la scritta “quotidiano comunista”, le garanzie per Mambro e Fioravanti, terroristi di destra. Tra gli insulti degli uomini della federazione bolognese del Pci. E l’intero giornale fu sicuro di sé contro la linea della fermezza nei giorni del rapimento Moro. Né (si parva licet) ci fu esitazione alcuna, un anno dopo, nel protestare contro la procura della Repubblica di Milano che mi aveva messo le manette per la mia partecipazione a una cena. La storia politica di Rossana Rossanda è anche questa cosa qui. Questo suo modo di essere donna che oggi da ex ragazza del Manifesto voglio salutare senza piangere. Senza miagolare, come vorrebbe lei.