“Non c’è ancora conferma che l’Italia non ci sia”, dice Luigi Di Maio, sornione. “Aspettiamo altri documenti”. Il dossier del rubligate intanto prende forma per quel che è: un rapporto prodotto per una fondazione politica di Washington prima che arrivasse Biden. Tirato fuori non a caso oggi. Cosa diceva? “Oltre a strumenti più ampiamente studiati come attacchi informatici e disinformazione, i regimi autoritari tipo Russia e Cina hanno speso oltre 300 milioni di dollari per interferire nei processi democratici più di 100 volte in 33 Paesi nello scorso decennio”. Nelle carte, anche qualche dettaglio: “La frequenza degli attacchi finanziari è aumentata in modo aggressivo, da due o tre all’anno prima del 2014, fino a 15 o 30 ogni anno dal 2016 in poi“.

A compilarlo, un ex alto funzionario repubblicano che lo ha chiamato “Covert Foreign Money”, siglato come file della Alliance for Securing Democracy del German Marshall Fund of the United States nell’agosto del 2020, alla fine dell’amministrazione Trump. Nelle oltre cento pagine redatte, la Lega e il caso Metropol occupano un ampio spazio, ma compare anche il Movimento 5 Stelle. Il rapporto sottolinea che il Cremlino pretende dagli oligarchi di “destinare parte delle loro ricchezze ad attività patriottiche all’estero“. Salvini ha sempre ripetuto di non aver mai ricevuto un rublo da Mosca, ma secondo il documento originato nei corridoi della Casa Bianca repubblicana il punto non sarebbe questo, perché ci sarebbero “tre diverse sottocategorie di contributi stranieri a campagne, candidati e funzionari eletti: benefici tangibili, come prestiti finanziari o regali; servizi mediatici, come la manipolazione dei social media su misura; e informazioni preziose, come le ricerche sull’opposizione“.

Il leader leghista replica: “Sono quattro anni che cercano soldi russi, non li trovano perchè non li abbiamo mai chiesti né presi. E mi spiace che a pochi giorni da un voto importante per l’Italia, invece di confrontarci sui problemi del Paese si fanno domande sulla Russia”. Tuttavia le pagine del Marshall Fund sono insistenti: descrivono il ruolo di Savoini come intermediario di Salvini, come Aleksandr Babakov, Vladimir Kornilov e Manuel Ochsen avevano fatto per Marine Le Pen. E sulla Lega insiste la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina, ex 5Stelle e oggi in Impegno civico, durante il governo Conte 1 era capogruppo alla commissione Affari costituzionali della Camera. È stata lei ieri, parlando con Repubblica, a far notare come fosse strano l’interesse di nove parlamentari del Carroccio intorno a un emendamento della “spazzacorrotti”. “Nei giorni che seguono l’incontro moscovita del 18 ottobre 2018 tra Gianluca Savoini e misteriosi emissari vicini al presidente Putin – spiega Anna Macina – Al comma 2 della legge era scritto che ‘ai partiti e ai movimenti politici è fatto divieto di ricevere contributi provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri, da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero’. Sul tavolo arriva un emendamento leghista che propone semplicemente di sopprimere il comma”.

Una richiesta irricevibile, respinta. Alla fine l’emendamento venne ritirato. La polemica divampa mentre sembra che di dossier ne possa comparire più d’uno. Impegno Civico, che nei sondaggi appare in difficoltà, vuole incentrarci la campagna. “Un episodio gravissimo, questo rivelato da Anna Macina, così come il Metropol”, le fa eco il compagno di cordata Gianluca Vacca. “Sono passati 4 anni e ancora attendiamo risposte da Salvini su questo episodio, così come attendiamo chiarimenti a tante altre domande. Per questo chiediamo con forza l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle ‘ombre russe’ in campagna elettorale da avviare con la nuova legislatura”. Anche Italia Viva-Azione (Italia sul Serio) aderisce alla proposta: “La commissione d’inchiesta per verificare l’esistenza di finanziamenti russi ai partiti italiani si può fare certamente, ma si possono anche dare maggiori poteri al Copasir. Al momento non abbiamo potere di indagine, ma solo di controllo”, dice la vicepresidente del Compitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Federica Dieni. “È possibile rafforzare il Copasir a livello di competenze per indagare sui presunti finanziamenti da Mosca, perché attualmente il Comitato non possiede queste prerogative. Non siamo l’Antimafia”.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.