Come tutti gli anni, anche stavolta ci siamo ricordati che ci sono articoli costituzionali – nello specifico l’art.1 e l’art. 3 – che da troppo tempo vengono disattesi, se non addirittura violati. Dalla politica, dal legislatore e da chi, di volta in volta, guida il nostro Paese. Ora, non si tratta, stupidamente, di scagliare la pietra contro il nemico politico di turno. Anche perché siamo davanti a una violazione, quella trattata dai succitati 2 articoli della nostra Costituzione, che coinvolge molti partiti, moltissimi governi e buona parte delle ultime classi dirigenti politiche. Perché lavoro non dignitoso, crisi e debolezza dei salari, crescenti disuguaglianze sociali e aumento esponenziale della povertà e dell’emarginazione, non possono essere affrontati, e possibilmente risolti, con gli strumenti desueti della propaganda, della demagogia o con le ricette del populismo anti politico nostrano. Questi sono temi che richiedono cultura politica, sensibilità sociale, preparazione e competenza di settore e, soprattutto, una vera e credibile progettualità politica. Senza questi ingredienti, la cosiddetta “questione sociale”, che poi si intreccia con le politiche dello sviluppo e della crescita, non riesce a essere adeguatamente affrontata. Certo, ci sono state stagioni politiche nel passato in cui questi temi, anche se si manifestavano con forme e modalità diverse rispetto alla fase politica contemporanea, hanno trovato partiti ed esponenti politici che erano autentici e qualificati interlocutori, nonché punti di riferimento. A cominciare, per fare un esempio storico, dalla sinistra sociale di ispirazione cristiana. Ovvero, la storica corrente della Dc che faceva capo prima a Giulio Pastore, poi a Carlo Donat-Cattin e infine a Franco Marini. Sinistra sociale democristiana a cui si aggiungevano, seppur con minor incisività politica, la sinistra socialista e alcuni, sporadici, pezzi della stessa storia comunista.

Ricordo queste concrete esperienze perché senza un luogo politico organizzato, la questione sociale, come purtroppo confermano le dinamiche politiche di questa confusa fase storica, si riduce ad essere un tema che genera uno scontro quotidiano fra gli opposti demagogismi. Da una parte centuplicando risorse finanziarie inesistenti e, dall’altro, esaltando il poco che si fa spacciandolo come elemento risolutore della suddetta questione sociale. Ed è proprio per queste ragioni, semplici ma essenziali, che quasi si impone una presenza politica, e quindi culturale e programmatica, che sappia trarre da una persistente, ed ormai endemica, questione sociale la chiave per ridurre da un lato le disuguaglianze sociali e, dall’altro, far sì che “l’istanza sociale diventi Stato”, per dirla con una felice espressione pronunciata dallo storico “ministro dei lavoratori”, Carlo Donat-Cattin, all’indomani dell’approvazione del celebre ‘Statuto dei lavoratori’ nel maggio del 1970. Ovvero, e detto con parole più semplici, che ogni progetto legato alla crescita e allo sviluppo del Paese non può mai prescindere, o dimenticare, un’altrettanta necessaria ed indispensabile politica sociale.

Ecco perché, al di là della formazione di nuovi partiti, nuovi equilibri e nuove coalizioni, una delle priorità politiche vere è oggi quella di ridare voce, fiato e gambe ad una presenza politica e culturale che affonda le sue radici nel pensiero e nella tradizione del cattolicesimo sociale del nostro Paese. Senza nostalgie o rimpianti ma con la consapevolezza che tutto ciò che è riconducibile al “sociale” non può, e non deve, registrare l’assenza di una sinistra sociale di ispirazione cristiana.