Il ruolo propulsivo della società civile per il buon funzionamento delle Istituzioni è un argomento di stretta attualità. Spesso, purtroppo, viene però affrontato in modo improprio o riduttivo. Prendiamo il dibattito che ruota intorno all’elezione del nuovo capo dello Stato: molti dei nomi sui quali le forze parlamentari si stanno confrontando – tra cui anche quello più in vista, cioè Mario Draghi – non hanno una storia di impegno politico, nel senso tradizionale del termine, cioè caratterizzato da militanza partitica e appartenenza ideologica: dunque, nell’immaginario comune, sono tutte persone che provengono indistintamente dalle fila della società civile. Società civile che viene percepita come un’entità separata dal mondo della politica.

La rigida distinzione tra questi due mondi è una convinzione diffusa che trova origine in Tangentopoli, quando la coscienza “civile” italiana manifestò tutto il suo disappunto per la corruzione del potere politico. Da allora, la maggior parte dell’opinione pubblica ha maturato un approccio fatto di diffidenza e contrapposizione: da una parte i “buoni” della società civile, dall’altra i “cattivi” politici. Uno schema mentale tipico della nostra epoca, in cui la semplificazione – soprattutto nel mondo della politica e della comunicazione – viene ridotta a una “referendarizzazione” permanente tra poli opposti. È un approccio sbagliato e fuorviante, perché impedisce di analizzare a fondo le questioni, come nel tema che ci interessa. Sarebbe infatti riduttivo pensare che i civil servants possano avere un ruolo prezioso per le istituzioni solo prendendo come esempio i “tecnici” che vengono scelti per assumere le più alte cariche dello Stato. I loro profili, infatti, vengono scelti per le loro qualità personali e le esperienze lavorative, spesso all’interno delle istituzioni, non per il loro attivismo sociale, nel senso più ampio e attuale del termine.

Il vero nodo della questione, quando si parla del ruolo della società civile in un moderno Stato democratico, è dunque un altro. Oggi l’impulso dei cittadini all’azione dei poteri pubblici non è più soltanto quello tradizionale delle manifestazioni o dei referendum. Attualmente l’ordinamento offre numerosi strumenti per consentire alla società civile, in tutte le sue articolate manifestazioni, di fare appieno politica, incidendo, in modo concreto e costruttivo, sull’azione dello Stato, all’interno dei meccanismi della democrazia rappresentativa. Sono strumenti spesso estremamente tecnici, e dunque non accessibili a tutti: nell’era post-ideologica – in cui chi pronuncia la parola “partito politico” è tacciato di blasfemia – c’è sempre più bisogno, pertanto, di apparati intermedi tra cittadini e Istituzioni, organizzati e qualificati, che consentano a tutti una partecipazione attiva alla vita e all’esercizio dei poteri dello Stato, rappresentando anche uno strumento importante per il rafforzamento dell’azione pubblica e della democrazia rappresentativa.

È un tema particolarmente sentito nell’Unione europea: basta pensare che il Trattato sull’Unione Europea sottolinea la necessità di avere un dialogo aperto, trasparente e regolare con le organizzazioni della società civile, alle quali è riconosciuto un effettivo ruolo nel buon governo dell’Unione europea, durante l’elaborazione delle proposte legislative comunitarie. Il Consiglio d’Europa, inoltre, agevola l’interazione tra i vari corpi della società civile europea, valorizzandone la funzione di mediazione tra cittadini e pubblici poteri. In Italia c’è ancora poca consapevolezza delle potenzialità della società civile in questi termini: eppure, devono maturare le condizioni perché questa tendenza sia invertita. L’organo dello Stato che ha dimostrato, sinora, di avere meglio colto le potenzialità della società civile, secondo l’approccio europeo, è sicuramente la Corte costituzionale.

Lo dimostra la norma sul funzionamento del giudizio costituzionale introdotta nel 2020, che consente ai c.d. “amici curiae” – cioè formazioni sociali senza scopo di lucro e soggetti istituzionali, portatori di interessi collettivi o diffusi attinenti alla questione di costituzionalità trattata in uno specifico giudizio di costituzionalità – di presentare opinioni scritte che offrono elementi utili alla conoscenza e alla valutazione del caso, anche in ragione della relativa complessità. Si tratta dell’espressione più alta della società civile, cui viene riconosciuto il diritto di partecipare a uno dei cardini del funzionamento del nostro ordinamento, cioè il giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi dello Stato.

ItaliaStatodiDiritto ha da subito cercato di sfruttare questa opportunità: di recente, l’opinione proposta è stata ammessa nel giudizio di costituzionalità che ha riguardato la censura della corrispondenza tra avvocati e propri assistiti sottoposti al regime del carcere duro, previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. La questione è stata accolta, e la norma che prevedeva la censura è stata dichiarata incostituzionale, perché fondata su un’inaccettabile presunzione di pericolosità dell’avvocato difensore, come sostenuto da ItaliaStatodiDiritto. Libertà è partecipazione, come cantava Gaber. Il ruolo moderno della società civile è quello di mettere il maggior numero delle persone nelle condizioni di farlo ovunque e con cognizione di causa. Anche davanti ai più importanti organi dello Stato.