Due lettere dal carcere con un unico comune denominatore. Tutti e due i detenuti hanno perso l’occhio sinistro. Uno ha paura di perdere anche quello destro, l’altro chiede di essere trasferito in un centro clinico penitenziario perché dopo mesi non si è ancora venuti a capo della malattia “rara” che lo colpisce.

Personalmente sono sommersa dalle disperate segnalazioni che arrivano da tutta Italia e così immagino lo siano tutti coloro che si occupano di carcere, a partire dai garanti e dalle associazioni. La diffusione del Covid  ha aggravato all’inverosimile le condizioni di detenzione strutturalmente “fuorilegge” da decenni. Da qui lo sciopero della fame che ho ripreso e che coinvolge decine di persone; da qui l’essere speranza: per se stessi e per gli altri.

La detenzione si paga con… un occhio della testa.
F. G. è un quarantunenne ed è in carcere per scontare 2 anni e 8 mesi. Nel settembre 2019, mentre era detenuto nel carcere di Lecce, avverte l’area sanitaria di avere un occhio gonfio e molto arrossato. Dopo 37 giorni, arriva l’oculista che gli fa la diagnosi: “congiuntivite”, e gli prescrive un collirio al cortisone. Prende le prime due gocce e la mattina dopo da quell’occhio non ci vede più. Il detenuto chiede di essere portato in ospedale, ma ciò avviene solo dopo 17 giorni grazie alla protesta dei compagni di cella e a una dottoressa del carcere che si impietosisce. I medici dell’Ospedale Vito Fazzi di Lecce si arrabbiano: nell’occhio era finita una piccola scheggia che aveva provocato un piccolo foro: bastava andare subito in ospedale per toglierla e, invece, con il ritardato ricovero e con il cortisone prescritto, quel piccolo foro è diventato molto ampio provocando un ascesso corneale.

All’ospedale di Lecce il detenuto rimane ricoverato per due mesi, con i medici che fanno di tutto per salvargli l’occhio, ma l’impresa appare impossibile. A dicembre gli viene sospesa la pena e lui può andare da “libero” al policlinico di Bari e successivamente al Careggi di Firenze per tentare un trapianto di cornea. Poi arriva il Covid, il detenuto ritorna in carcere e ora si trova ad Ascoli Piceno. Avrebbe bisogno di un monitoraggio costante (impossibile in carcere) perché l’occhio è ancora infetto e può coinvolgere l’altro dove gli mancano già 4 gradi e mezzo. Mi scrive “vivo con ansia e paura di diventare completamente cieco”. Il giudice gli ha concesso i domiciliari per potersi curare, ma il suo problema è che non ha una casa, un posto dove andare e chiede aiuto alle istituzioni. “Vi prego aiutatemi, sono solo senza genitori, non ho nessuno.”

G. M. è un ex tossicodipendente di 34 anni e come molti è in carcere (a Pavia) per scontare una condanna di 5 anni e mezzo per reati legati alla sua condizione di dipendenza da sostanze vietate. Mi scrive: «incoscientemente facevo reati per drogarmi e così ho lasciato a casa moglie e figlio di tre anni. È da due anni che sono in carcere e in tutta la mia vita sono stato detenuto per circa 11 anni. Oggi ho capito i miei errori e ho deciso di cambiare radicalmente la mia vita perché amo mia moglie e il mio bambino. Mi sono anche avvicinato alla Chiesa e prego spesso Dio che stia vicino a me e ai miei cari. Purtroppo, tutte queste preghiere non sono bastate e mi sta capitando una sorta di castigo divino e questa è la ragione per cui le scrivo sperando in un suo aiuto. La mattina del 18 ottobre 2021 mi sono svegliato e ho scoperto che non ci vedevo più dall’occhio sinistro.

Sono stato subito portato al Pronto Soccorso e, da quel giorno, è iniziato il mio calvario. Sono afflitto da una malattia rara che nessuno sa cosa sia: l’unica certezza è una lesione del nervo ottico che mi ha portato alla completa cecità dell’occhio sinistro, dolori muscolari diffusi, forti mal di testa e perdita frequente di sangue dal naso. Il Dirigente sanitario del carcere afferma che quello che mi sta capitando è anomalo alla mia età e pertanto mi sta sottoponendo a vari esami. La stessa comprensione che ho trovato nel dirigente sanitario e nel personale penitenziario spesso non la riscontro però nei medici di turno e negli infermieri che tardano nei soccorsi nei casi di emergenza. Uno di questi, un medico, un giorno mi ha detto “venite in galera e state male, poi una volta fuori state tutti bene!”. Ma ti rendi conto? Eppure, sa che ho perso un occhio e solo da un anno sono uscito da una forte depressione che mi ha portato più volte a tentare il suicidio».

G.M. racconta poi dettagliatamente tutti gli episodi che gli sono accaduti con tanto di date e chiede aiuto perché a Pavia, nel carcere, non sono in grado di curarlo. «Mi può stare anche bene rimanere in carcere, ma almeno mi trasferiscano in un centro clinico! Qui a Pavia ti fanno morire e ne ho visti qui morire o stare molto male, qui è una vera valle di lacrime…»