All’inizio degli anni ’80 ha fatto la sua comparsa un male tremendo, quattro lettere che ancora oggi spaventano. Aids. Per alcuni rappresentava la punizione divina contro gli omosessuali, era stato definito il cancro dei gay, non si sapeva come si prendesse, non esisteva una cura, uccideva senza scrupoli. Lo spettro dell’Aids è stampato negli occhi di chi a quel periodo è sopravvissuto, anziani che oggi si commuovono al ricordo degli amici scomparsi, prima in America e poi nel resto del mondo l’ombra di quella malattia incurabile aveva oscurato troppi.

Quella piaga per molti anni ha continuato a seminare terrore e a falciare vite, oggi con una diagnosi precoce e una cura farmacologica adeguata si può condurre un’esistenza pressoché normale. Anche io sono stato travolto da quel tornado nel 2000, quando avevo solo ventitré anni. Eravamo cresciuti insieme io e Danilo, tutti i giorni dopo scuola insieme, in palestra a giocare a pallavolo insieme, a difenderci dalle prese in giro insieme. Dalla confessione di una sera in cui ci eravamo riconosciuti simili non un giorno senza vederci, la prima volta in un locale insieme, le prime nottate in discoteca vestendoci uguali, la scoperta del sesso. Ah no! Quella non insieme! Periodicamente facevamo delle gare di abbuffata, vinceva chi era in grado di mangiare più bombe, ciambelle o pastarelle e poi donavamo il sangue, non tanto per generosità, piuttosto per avere le analisi gratis e controllare non ci fosse nulla di sballato per l’enorme quantità di dolci ingurgitati. Come ogni volta mi arrivarono i risultati a casa, colesterolo altino ma nulla di preoccupante, a Danilo invece uno strano invito a ripetere le analisi.

Non ne capivamo il motivo e chiedemmo alla mia vicina Pina, infermiera all’ospedale Sandro Pertini, che ci tranquillizzò, anche se avrei dovuto cogliere qualche indizio nella sua espressione. Danilo rifece le analisi, ovviamente lo accompagnai. Ero lì anche il giorno in cui fu convocato per ritirare i risultati. Fuori da quella porta ero preoccupato, non sapevamo perché ma lo eravamo entrambi, forse avevamo percepito il pericolo, il dramma, ridevamo, scherzavamo, ma in fondo sentivamo il suo fiato che ci gelava la schiena. Non scorderò mai quando la porta si aprì e Danilo senza guardarmi iniziò a correre per il corridoio dell’ospedale, tentai di stargli dietro ma la disperazione è più veloce della confusione. Lo ritrovai nei giardini adiacenti al parcheggio a piangere. Danilo era sieropositivo.

Avevamo 23 anni io e Danilo, correva l’anno 2000 e per uno di noi due il futuro non era più limpido. Quello che successe dopo è triste. Danilo tagliò quasi tutti i contatti con la sua vita precedente alla scoperta, forse immergersi in nuove persone che non sapevano nulla di lui, che non gli ricordavano come era prima, quando non aveva al suo fianco lo spettro della morte, lo faceva sentire meno male. Fatto sta che anche noi ci allontanammo, io ogni tanto avevo qualche notizia da mia madre se lo incontrava: ho saputo di una leucemia, una polmonite. Di anni ne sono passati venti e oggi non so dove sia. Ho scelto di raccontare la storia di Danilo perché è inconcepibile che oggi le persone sentano ancora lo stigma dell’Aids o della sieropositività, che vivano la loro condizione come un’onta da nascondere. È assurdo che si sia spaventati dalle persone sieropositive visto che con le cure si azzera la carica virale e il virus non risulta trasmissibile. Informazione, prevenzione, rispetto, di questo abbiamo bisogno e ogni 1 Dicembre, ancor di più, non possiamo dimenticarlo!

E' autore di romanzi sulla discriminazione e i diritti civili. Tradotto in inglese e spagnolo, ha scritto la trilogia di Bambi, prima trilogia italiana incentrata sull'identità di genere e l'orientamento sessuale, opera pubblicata nel volume “Bambi. Storia di una metamorfosi” (Avagliano, 2022). La sua produzione letteraria comprende inoltre testi per ragazzi utilizzati nelle scuole. Reali scrive per Il Mattino e collabora con HuffPost Italia.