Gli Dei si rassegnarono alla sconfitta, si convinsero che con l’uomo avevano fallito, sentendosi chiedere per miracolo di concedere lo scambio: una favolosa coda di cavallo per cui si era disposti a cedere pure la vista. La vanità più estrema. Codamozza è una balena che la coda non la ha più, nuota senza tregua da un punto a un altro del Mediterraneo, si tiene cara la vista: è passata davanti alla Siria, si è fermata ad ammirare i monti dello Shuf, ha girato in tondo Cipro e Creta, e giù fino a Cartagine. Non si sa se la coda gliela abbia portata via una nave, una rete, un cavo.

Da anni la seguono gli scienziati dell’Istituto Tethys: qualunque sia la causa della mutilazione discende da un maleficio umano, dicono. E ora servirebbe un Achab al contrario, un capitano folle che rincorra la balena col morboso proposito di salvarla, di porre riparo alla ferita, sacrilega, che ne ha dilaniano la coda. Un morbo progressivo che le strappa la carne a bocconi enormi, ne riduce la mole. Il male non si ferma, e Codamozza corre avanti, per lasciarselo dietro, per rallentarne la corsa. E non si sa se vuole vincerlo, se sa di dover perdere.

Nuota senza coda che è come camminare senza gambe, anzi correre velocissimo: sceglie i luoghi più belli del mare Antico, ci punta gli occhi, li divora. La bellezza è rimasta l’unica cosa che riesce a mangiare, senza coda non può più spingersi nel ventre del Mediterraneo, riempirsi la bocca di acqua e plancton. Mangia bellezza, che non le riempie la pancia ma la sostiene a galla, la aggrappa alla linea della vita. Si è fermata un giorno, fra Scilla e Cariddi, ora guarda con pena l’Etna: spera in un suo gioco di fuochi, che tanti ne ha visti di meravigliosi, e un altro sarebbe un regalo gradito: non le colmerebbe i fianchi, sguarniti di un grasso che non tornerà più, le darebbe la forza di continuare il giro, di riempire la pancia degli occhi.

Bellezza, solo quella chiede: un ultimo boccone di un mondo meraviglioso, prima di andarsene a fondo, trascinandosi dietro per pietà, senza rancore, una umanità matrigna che assiste a un dramma di cui è causa senza avere il coraggio di buttarsi in una impresa folle: riparare ciò che forse non è più aggiustabile.