Da molte parti si sta chiedendo la regolarizzazione degli stranieri per motivi sanitari legati all’emergenza dettata dal Coronavirus, anche nel tentativo di far emergere, a beneficio di tutti noi, il lavoro nero nelle campagne e nelle periferie urbane di cui solo adesso sentiamo la mancanza: chi raccoglierà i pomodori nel foggiano senza il contribuito degli immigrati? In quale modo ripartiranno i cantieri dell’edilizia se non ci saranno più gli operai disponibili? Come spesso accade le frasi dei protocolli di legge presenti nelle bozze parlamentari finiscono col nascondere le storie delle persone che dovrebbero invece tutelare e sostenere. Può quindi forse essere utile accendere una luce sotto il volto di ciascuno. Insomma, da chi è composto il popolo dei cosiddetti invisibili chiamati a uscire dal cono d’ombra dove sembrano essere relegati?

Ricordo di aver conosciuto Petro diversi anni fa: ucraino di età indecifrabile senza arte né parte, abitava a nord dell’Anagnina, oltre il raccordo romano, in una baracca rattoppata col nastro isolante. Mangiava nelle mense di beneficienza ma non chiedeva l’elemosina; se qualcuno gliela dava, l’accettava. Era divorziato con figli già grandi che non vedeva mai. Una volta mi mostrò sul cellulare le fotografie del giorno di nozze: col cravattino e la giacca nera accanto alla sposa sorridente e ai parenti festanti, sembrava irriconoscibile. Storie di mondi sbagliati, sogni falliti, rancori e invidie familiari, rabbia, violenza e solitudine. Frutti staccati a forza dall’albero fiorito che non è il tuo. Tradimenti e genuflessioni. Grida, accuse, carte bollate. E via di questo passo, sullo sfondo del Sol dell’Avvenire con la Falce e il Martello sulla bandiera sventolante delle Repubbliche Popolari: insomma l’adesivo staccato del Socialismo Reale. Gomma secca di vecchie utopie.

L’autobus delle badanti che fa la spola fra Kiev e la stazione Tiburtina lo aveva portato in Italia. Stanco, disilluso, sembrava già allora una controfigura di se stesso. Dopo qualche esperienza come muratore in giro per il Bel Paese era diventato il classico vagabondo, sfuggendo persino ai radar della nuova civiltà digitale. Quando si presentò nella nostra scuola di lingua italiana in realtà non avrebbe voluto studiare, fu spinto solo dalla oziosa curiosità che può essere la bussola degli artisti, ma anche la negligenza degli smidollati. A quel tempo eravamo ospiti di una canonica nella chiesa di san Saba all’Aventino e lui si era spinto sin lì all’unico scopo di ritirare il pacco di viveri che ogni martedì, in una stanza accanto alla nostra, un impiegato della Caritas distribuiva ai poveri. Roba semplice: pane, pasta e scatolette di tonno, ma se lo stomaco protesta, oro prezioso.

Vedendo molti immigrati seduti ai banchi, ognuno di fronte al proprio docente, impegnati a scrivere e sillabare, seppur titubante, s’era avvicinato e l’avevamo intercettato. Siamo abituati così: appena arrivano, li accogliamo senza chiedere i documenti. Loro acquistano fiducia, noi ci carichiamo rafforzando la motivazione. Mia moglie, dopo aver compilato la sua scheda, lo affidò a un volontario anziano, pensionato, ex dipendente pubblico. Gli fornimmo la penna, il quaderno e lo facemmo entrare in azione. Fu quello il primo giorno di Petro che non andava in classe da chissà quando.

Tuttavia capimmo subito che non era uno sprovveduto perché da piccolo aveva conosciuto l’istruzione russa: fiore all’occhiello del collettivismo. Lo confessò con un moto di malcelato orgoglio. Abituato al rigore e alla disciplina, dimostrava il naturale ossequio all’autorità costituita dell’ex cittadino sovietico: il costume anarchico che lo caratterizzava era una risposta sconclusionata e bislacca al proprio sentimento di smagata inadeguatezza. Non ci voleva molto a immaginare quali fossero gli stagni in cui annaspava: appena lo accostavi l’odore di alcol lasciava pochi dubbi. Tuttavia, dietro il ghigno sardonico del disertore, conservata un’innegabile purezza. Al massimo si poteva ubriacare col Tavernello.

Ancora oggi mi tornano in mente i suoi esercizi ordinati per colonne distinte, di qua il verbo essere, di là il verbo avere, coi relativi schemini sui tempi verbali, le caselle colorate, i disegni per illustrare il lessico del volto e delle mani: occhi, naso, bocca, dita, unghie, pollice, mignolo, anulare e medio. Venne da noi solo poche lezioni. Che, a pensarci oggi, furono persino tante. Poi inevitabilmente staccò la spina, come quasi sempre gli capitava. Che fine avrà fatto? Sarà tornato indietro, in qualche scalcinata campagna del suo Paese, magari accolto da una di quelle vecchiette che portano le candele coi lumicini nelle chiese ortodosse? Oppure è ancora fra noi, nascosto nelle intercapedini della capitale, insieme ai duecentomila che in Italia aspettano un ufficiale riconoscimento? Di una cosa credo di essere certo: ammesso e non concesso che venisse a sapere della possibilità di uscire dalla sua tana, non si metterebbe in fila per ricevere il permesso della questura.