Secondo la Procura di Verbania erano tutti consapevoli e ben consci che la cabina numero 3 della funivia Stresa-Mottarone, precipitata domenica poco dopo mezzogiorno causando la morte di 14 persone, tra cui due bambini, non poteva frenare.

Non poteva perché chi di dovere aveva inserito i forchettoni sui freni di emergenza. È quello che scrive il procuratore Olimpia Bossi nel chiedere la misura cautelare del carcere per i tre fermati martedì notte con l’accusa di omicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e per aver rimosso rimosso “sistemi finalizzati a prevenire infortuni e disastri”, reato che prevede pene fino a 10 anni: il gestore dell’impianto Luigi Nerini, il caposervizio delle funivie Gabriele Tadini e il direttore d’esercizio ed ingegnere della Leitner, Enrico Perocchio,

I tre hanno trascorso la prima notte in carcere in attesa della convalida del fermo, mentre venerdì e sabato ci saranno gli interrogatori di garanzia.

Proprio Perocchio, tramite il suo legale Andrea Da Prato, ha negato “categoricamente di aver autorizzato l’utilizzo della cabinovia con i “forchettoni” inseriti e anche di aver avuto contezza di simile pratica, che lui definisce suicida”, un gesto “ da pazzi”.

Eppure nell’interrogatorio di martedì pomeriggio che ha portato ai fermi, secondo quanto riferito da Tadini era noto che “quella cabina aveva problemi da un mese o un mese e mezzo” e che per cercare di risolverli erano stati effettuati “almeno due interventi tecnici”, scrive l’Ansa.

Tadini ammette, si legge nel decreto di fermo, “di aver deliberatamente e ripetutamente inserito i dispositivi blocca freni (i forchettoni, ndr) durante il normale servizio di trasporto dei passeggeri”.

Una scelta deliberata e presa per motivi economici perché, secondo la procuratrice Bossi, si voleva “evitare continui disservizi e blocchi della funivia”,  c’era quindi bisogno di un intervento “radicale con un lungo fermo che avrebbe avuto gravi conseguenze economiche. Convinti che la fune di traino non si sarebbe mai rotta, si è poi voluto correre il rischio che ha portato alla morte di 14 persone”.

Ma Tadini tira in ballo pesantemente gli altri due indagati, che erano stati “ripetutamente informati” della situazione e che “avallavano tale scelta e non si attivavano per consentire i necessari interventi di manutenzione”, scrive il Corriere della Sera riportano il decreto di fermo.

Resta invece il mistero del perché la fune traente si sia spezzata: già oggi la Procura affiderà le consulente tecniche per ricostruire l’accaduto.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia