Giustizia
Strage di Ustica, la disponibilità della Francia non va sprecata
Qualsiasi nuova strada che possa portare a identificare gli autori della strage di Ustica del 27 giugno 1980 non può che essere accolta con favore. Dare finalmente un nome agli esecutori e ai mandanti della morte di 81 nostri concittadini è un obiettivo condiviso. Per questo è importante non sprecare la riconfermata disponibilità della Francia a contribuire alle indagini sulla strage.
Riconfermata: perché la Francia ha sempre risposto a tutte le rogatorie, a partire dalle tredici rivolte dai giudici istruttori Bucarelli e Priore al 6 luglio 1990 al 18 dicembre 1997, più un “supplemento” del 1992. Parola di Chirac, che ce lo scrisse nel 2000. Il problema, come Priore lamentò all’allora ministro della Giustizia Flick, sta nel fatto che le risposte francesi non hanno mai confermato lo scenario di guerra aerea portato avanti dalla Procura di Roma. Altrettanto vale per l’inchiesta-bis condotta dal pm Amelio, conclusasi con la richiesta di archiviazione-bis «per essere rimasti ignoti gli autori del fatto» che oggi nessuno trova soddisfacente. Eppure, a scorrere gli atti si vede che i cugini d’Oltralpe hanno fornito persino nome, cognome e ultimo indirizzo noto di decine di marinai, alcuni dei quali i pm hanno poi sentito.
Dove la Francia non ha collaborato è nel prendersi la colpa di una battaglia aerea che non ha mai avuto luogo, tanto che persino i suoi sostenitori, così rigidi verso le diverse ipotesi di collocamento della bomba, la presentano con protagonisti variabili. La Francia, certo, sulla scorta di dichiarazioni giornalistiche di Cossiga e Amato, ma anche gli Usa (ma allora perché chiedere a Macron?), la Libia (ma che c’entrano i francesi?) e persino gli israeliani (che ormai di francese non avevano più nemmeno i Mirage, ma che non possono mancare in un buon complotto). Non serve la fantasia per dire che dai nuovi documenti non uscirà nulla contro Parigi e che tra qualche anno Il Riformista ospiterà un mio altro commento sulla terza richiesta di archiviazione.
È dunque ipocrita la soddisfazione per l’annunciata apertura francese? No, ma molto dipenderà da ciò che il futuro pm chiamato a occuparsi del caso – al momento riassunto dal procuratore capo Lo Voi – vorrà sapere dalla Francia. Se chiedesse di entrare nel merito dell’attentato libico al volo UTA 772, distrutto da una bomba sul Tenerè (166 vittime, tra cui 10 italiani dimenticati), potrebbero esserci novità. Se chiedesse di condividere la documentazione su Abu Agil Massad, il libico arrestato per Lockerbie, estradato negli Usa senza che l’Italia abbia mai fatto alcunché per sentirlo, potremmo scoprire qualcosa. Se chiedesse il diario del direttore del recupero del relitto operato nel 1988 dalla francese IFREMER, si potrebbero verificare le rivelazioni a mezza bocca da alcuni tecnici italiani. Se gli si chiedesse perché nel 1980 la Francia si ritirò dall’accordo per la protezione di Malta, lasciando l’Italia da sola a fronteggiare la reazione di Gheddafi, si potrebbe verificare un movente. Se, insomma, si cercasse a 360° gradi anziché a 36, come si è avuta l’impressione in questi 46 anni, allora la collaborazione francese servirebbe a risolvere il caso.
Insistendo sul missile è facile prevedere che i nuovi documenti, compresi magari i diari di bordo delle portaerei Foch e Clemenceau negati al pm Amelio, serviranno solo a confermare che lo scenario francese è una connerie. Scommettiamo che chi oggi applaude alla collaborazione tornerà presto a imprecare contro la Francia che non risponde?
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