«La sentenza Cavallo è stata opportuna, si era creata una prassi che oserei definire illegale perché violava quanto già previsto dalla legge ma per il futuro non sarei tanto ottimista». Nicola Quatrano, oggi avvocato ma per moltissimi anni in magistratura (è stato pm ai tempi della Tangentopoli napoletana, giudice al Riesame e all’ufficio gip in molti importanti processi) accetta di fare con il Riformista una riflessione sugli effetti della sentenza con cui a gennaio le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno dichiarato inutilizzabili le intercettazioni a strascico per reati non caratterizzati da un forte vincolo di connessione con quelli per cui erano autorizzate. «È una sentenza sicuramente importante, di quelle che mettono delle pietre miliari che segnano il cammino. Di sicuro avrà conseguenze in diversi procedimenti ma temo che si assisterà anche una lenta erosione di questo orientamento».

In che senso? «È semplice – spiega Quatrano – La legge e la pronuncia delle Sezioni Unite fanno riferimento a una connessione certificata tra i reati. E una connessione è la continuazione che lega reati commessi nell’ambito di un medesimo disegno criminoso, per cui senza troppo motivare si potrebbe ritenere una continuazione tra il reato per cui le intercettazioni sono autorizzate e il reato scoperto intercettando a strascico. Nelle pieghe della legislazione non è impossibile infilarsi. E poi un’abilità dei magistrati è che prima decidono e poi trovano la massima della Cassazione che giustifica la loro decisione. Il vero nodo è culturale», aggiunge l’ex magistrato. E la riflessione si sposta verso un orizzonte più ampio. «La cultura dei giudici negli anni è cambiata – spiega – È diventata meno ossequiosa della giurisdizione e più legata al populismo giudiziario e al sostanzialismo della giustizia popolare. Il consenso ha un grande valore e la pressione mediatica, che arriva non solo dai giornali ma anche dai social, è forte. Il giudice non vive mica in una torre d’avorio». Si discute tanto di separazione di carriere.

«Tutto questo è sicuramente anche conseguenza della mancata separazione delle carriere – commenta Quatrano – La magistratura associata è sempre stata contraria alla separazione per non abbandonare il pm a una cultura poliziesca e per tenerlo legato alla cultura del giudice, alla “cultura della giurisdizione”, ma ormai è il giudice che scivola verso la cultura del pm che attualmente è assolutamente una cultura poliziesca”. Le indagini al centro di tutto, quindi, e le intercettazioni come lo strumento investigativo più utilizzato. Perché? “Le intercettazioni sono uno strumento straordinariamente utile, un buono spunto per indagini ma non possono essere probanti perché sono un dato equivoco. Il contenuto delle intercettazioni va seriamente verificato, è facile incorrere nell’errore che si tratti di chiacchiere ed è inaccettabile che si venga condannati per mugugni, cose dette da altri o dette senza senso. Serve una legge, più che per limitare la legittimità, per ridurre il valore probante delle intercettazioni».

Un intervento riformista, dunque. E torniamo al fattore culturale. Quanto è difficile essere garantisti oggi? «È come remare contro. Non si tratta di mettersi l’elmo del garantismo e combattere ma – spiega – è faticoso». Una fatica che Quatrano ha conosciuto negli anni vissuti da magistrato a Napoli, negli anni del garantismo e dei grandi maestri come Ramat e Criscuolo. «Prima non era così faticoso – racconta – La propensione al giustizialismo è degli ultimi 20-30 anni, da quando si è optato per un doppio binario e per prassi emergenziali, creando categorie di persone nei confronti delle quali, in nome della lotta alla criminalità organizzata, al terrorismo e così via, si sono adottati metodi più spicci. Ed è accaduto gradualmente che quei metodi siano stati estesi sempre di più: dalla mafia alla pubblica amministrazione. È questo il rischio del doppio binario».

E poi è arrivata l’illusione che bastino solo più reati, più carcere e condanne più severe. Inutile innalzare le pene e introdurre più aggravanti – ragiona Quatrano – La società deve saper educare, e non solo educare punendo. Altrimenti la nostra giustizia non funzionerà mai. Serve depenalizzare, anche se non in maniera indiscriminata, e serve innalzare il livello culturale dei magistrati che adesso è caduto molto in basso». Inevitabile pensare allo scandalo del Csm. «Un tempo le correnti erano qualcosa di nobile e non un contenitore elettorale per distribuire incarichi. Il rinnovamento culturale nella magistratura – conclude – è una vera necessità».