«I napoletani si dividono tra quelli che ha già intercettato e quelli che lo saranno”, si vocifera in ambienti giudiziari, tra il serio e l’ironico, a proposito di un magistrato della Procura del Centro direzionale. Sarà… Sta di fatto che per le intercettazioni si sono spesi in un anno oltre 12 milioni di euro, poco più dell’anno precedente, includendo nella somma i costi per il traffico di telefonate da captare, il noleggio delle apparecchiature usate anche per le intercettazioni ambientali e informatiche, le acquisizioni di tabulati, la videosorveglianza e la localizzazione di ciascun indagato. A pesare di più su queste voci è il dato relativo alle attività di intercettazioni telefoniche, attività che in Procura a Napoli raggiunge in media, ogni anno, un costo di poco superiore ai 7 milioni di euro.

Le indagini nelle quali si fa più ampio ricorso allo strumento delle intercettazioni sono quelle che riguardano reati di camorra o sospette collusioni (8.538 casi sugli oltre 10.959 procedimenti nel 2019), mentre 2.276 sono state le indagini per reati comuni e 145 quelle per terrorismo. Da tempo si discute dell’utilità delle intercettazioni come strumento investigativo e ampio e delicato è il dibattito sull’invadenza e le storture che questo strumento è capace di generare. Proprio in queste settimane, poi, se ne fa un gran parlare perché le intercettazioni hanno alzato il velo sui retroscena della cosiddetta “Magistratopoli” e le vicende che riguardano Palamara e il Csm. Il tema divide le opinioni, ma analizzando la questione sulla base dei dati e le statistiche indicati nel bilancio sociale che la Procura di Napoli ha realizzato su iniziativa del procuratore Giovanni Melillo e con la collaborazione dell’Università Federico II si ha la dimensione di quanto le intercettazioni, decisamente più di altri strumenti investigativi, incidano sul sistema giudiziario. Oltre la metà del totale delle spese di giustizia riguarda le attività tecniche di captazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche, ambientali o di tipo informatico. Telefonate, dialoghi e chat sono spiati in quasi tutti i casi che finiscono all’attenzione dei pubblici ministeri che conducono un’inchiesta penale su fatti considerati di particolare gravità, come quelli in materia di traffici di droga, criminalità organizzata, reati contro la pubblica amministrazione.

Spetta a ciascun pubblico ministero la responsabilità di governare di volta in volta l’impiego delle intercettazioni, non è scelta che può essere adottata dalla polizia giudiziaria né ovviamente delle imprese che finiscono il servizio. La nuova disciplina in materia stabilisce “un costante, tempestivo controllo degli esiti delle captazioni dei flussi di comunicazione e delle prospettive delle indagini”, oltre a “una costante attenzione alle esigenze dei soggetti coinvolti”. Per le intercettazioni telefoniche i pm napoletani devono servirsi di aziende fra quelle selezionate sulla base di una serie di fattori (fatturato, trasparenza nella composizione societaria, rispetto dei requisiti e delle norme) e autorizzate a installare server nei locali a disposizione della Procura per l’ascolto delle conversazioni captate. Più delicato e complesso è il discorso sulla riservatezza rispetto ai contenuti delle intercettazioni e sulla loro integrità.

In Procura a Napoli ci si regola in questo modo: le registrazioni vengono trasferite dai server di ascolto ad appositi apparati di storage, di cui le aziende presenti in sala ascolto devono dotarsi nel momento in cui i server raggiungono il limite di capienza. Inoltre, la polizia giudiziaria delegata all’attività di ascolto può avere accesso alle tracce foniche contenute nei server o negli apparati di storage, durante il corso delle indagini e alla fine del loro svolgimento, ad attività di intercettazione conclusa e fino alla scadenza del trentesimo giorno successivo alla chiusura delle operazioni, e oltre questo termine solo su autorizzazione del pubblico ministero titolare del procedimento in cui le attività di intercettazione sono avvenute. Mentre i consulenti informatici e quelli incaricati delle trascrizioni delle conversazioni captate, alla scadenza del termine previsto per il loro incarico o comunque per il deposito della relazione tecnica, devono sottoscrivere una dichiarazione per attestare che non conservano più alcuna copia delle intercettazioni né i dati personali di chi viene a qualunque titolo citato nelle conversazioni esaminate.