Quando, un anno fa, esplose la “vicenda Palamara”, noi penalisti scegliemmo la strada del dialogo e del confronto. Niente caccia alle streghe, ripugnanza per il gioco al massacro sulle intercettazioni, soprattutto perché -dicemmo- le intercettazioni sono largamente parziali, e sono selezionate secondo logiche che non conosciamo. Non facciamo decidere ad altri di cosa dovremmo scandalizzarci, ragioneremo ad indagini concluse. Ma invitammo da subito A.N.M. a non commettere un errore che sarebbe stato fatale innanzitutto per sé stessa: e cioè affrontare la vicenda come un caso di devianza deontologica e addirittura criminale di qualche magistrato, e di uno in particolare. Sapevamo tutti perfettamente che da quelle carte, seppure centellinate dalla (legittima) strategia investigativa, emergeva un sistema, “il” sistema, a tutti ben noto, che un trojan aveva impietosamente registrato nel protagonismo di Luca Palamara, ma che qualche anno prima sarebbe emerso identico, nella interpretazione, magari più elegante o più prudente, del leader di turno.

Perciò alzammo la posta, convocammo “gli Stati Generali dell’Ordinamento Giudiziario”, condividendone la impostazione proprio con A.N.M., per dire: nessun gioco al massacro, ma lavoriamo, pur nelle diversità profonde dei nostri rispettivi punti di vista, ad un ripensamento radicale del sistema. Fu un bel confronto, serrato, importante per qualità e franchezza: ma poi il copione ha inesorabilmente virato nel senso che temevamo. E via con la retorica del riscatto morale e della eccezionale gravità di quei comportamenti, con la rassicurante narrazione delle mele marce. Oggi, pubblicati gli atti nella loro integralità, si raccolgono i cocci di una implosione devastante. Ripetiamo dunque oggi quello che dicemmo allora. Di cosa si discute nella totale prevalenza di quelle conversazioni? Di capi degli Uffici di Procura e relativi Aggiunti, e di distacchi al Ministero di Giustizia. Cioè dei luoghi del potere vero, un potere enorme. Il potere di chi, solo iscrivendo o non iscrivendo nel registro degli indagati, decide le sorti di Assessori, Sindaci, Governatori di Regioni, Ministri, Governi, assetti di aziende pubbliche e private, dinamiche industriali colossali. La giurisdizione, cioè le decisioni dei giudici su quelle iniziative delle Procure, le sentenze a conclusione dei processi, non interessano a nessuno, non contano nulla.

Che il potere sia tutto negli Uffici di Procura è reso evidente anche dagli assetti di A.N.M., nella sua storia governata in modo praticamente esclusivo da Pubblici Ministeri, che pure rappresentano il 20% scarso del corpo elettorale. E dunque in questo Paese i Magistrati dell’Accusa letteralmente governano la giurisdizione, i suoi assetti territoriali e gli equilibri dell’organo di autogoverno. Un potere immenso di condizionamento assoluto della giurisdizione. Come se non bastasse, essi governano altresì i distacchi dei magistrati nell’Esecutivo, e soprattutto nel Ministero di Giustizia, una assurdità esclusiva del nostro Paese, una autentica sovversione del principio democratico fondamentale della separazione dei poteri. Così immenso essendo il potere in gioco, stupirsi che la Magistratura incontri la Politica nei ristoranti romani a tarda notte è un oltraggio alla intelligenza ed alla onestà intellettuale.

Davvero si pretende che la Politica non chieda conto dell’esercizio di un simile potere? Che non pretenda, con qualche ragionevole legittimità, di metterci bocca? Basta con questa nauseante ipocrisia, non serve davvero a nessuno.Noi proponiamo da molti anni due cose molto semplici, in coerenza con questa analisi: separazione delle carriere, per liberare la giurisdizione dal giogo inconcepibile della magistratura inquirente; divieto di messa fuori ruolo dei magistrati per invadere l’esecutivo, ed il Ministero di Giustizia in particolare (titolare del potere disciplinare, giusto per non dimenticarcelo). Occorre cioè ricondurre il potere della Magistratura inquirente nell’alveo della normalità costituzionale, liberando la giurisdizione e la politica giudiziaria da quell’abnorme potere di controllo. Per quanto tempo ancora la cristallina ragionevolezza di queste proposte potrà essere ignorata?