L'intervista
Tech, così cambia il cloud. Corrado: “È iniziato il ritorno alle infrastrutture locali”
La ricerca “Trend e Priorità ICT 2026” di Axians, brand dedicato all’ICT del gruppo VINCI Energies in Italia, fotografa un cambiamento radicale nelle strategie digitali delle imprese italiane. Il Managing Director Roberto Corraro spiega all’Economista i principali risultati.
Dottor Corraro, cosa succede?
«Fino a pochi anni fa il focus era quasi esclusivamente incentrato sulla migrazione verso il cloud, intesa come opportunità di scalabilità e riduzione dei costi. Oggi lo scenario è capovolto. La priorità assoluta è diventata la governance del dato: capire esattamente dove risiedono le informazioni strategiche, valutare la sostenibilità economica dei modelli adottati e, soprattutto, calcolare la rapidità con cui l’organizzazione può reagire alla crisi. Il paradigma del cloud-first sta lasciando spazio a un approccio più pragmatico di cloud-also. Assistiamo a quella che molti definiscono “geopatriation”: un ritorno a infrastrutture locali o regionali dettato dal bisogno di protezione».
In questo mutamento di rotta, quanto pesano le tensioni internazionali? Pensiamo all’amministrazione Trump negli USA o agli attacchi cyber alle infrastrutture, in Medio Oriente come in Ucraina.
«In modo determinante. Il 90% delle aziende italiane considera ormai il rischio geopolitico un fattore strategico nella gestione dei dati. Se in passato la dipendenza dai colossi statunitensi offriva stabilità, oggi l’imprevedibilità della Casa Bianca e normative stringenti come il Cloud Act americano — che obbliga i provider USA a consegnare i dati alle autorità se richiesto — spaventano il Made in Italy. A ciò si aggiunge la vulnerabilità fisica: i bombardamenti nelle zone di guerra hanno dimostrato che i nodi digitali sono bersagli primari, al pari di centrali elettriche o basi militari. Proteggere brevetti e design è diventata una priorità di sicurezza nazionale».
Nessuna delle aziende intervistate dichiara di allocare prevalentemente i dati fuori dall’Unione Europea. Come si stanno muovendo le imprese sul territorio?
«Il reshoring è già in atto. Il 30% delle aziende indica l’Italia come area principale di gestione dei dati e il 20% sceglie infrastrutture localizzate all’interno dell’UE. Il restante 50% adotta modelli distribuiti su più aree geografiche. Questo conferma il successo delle architetture ibride e multi-location, nate proprio per diversificare il rischio geopolitico. Si cerca la sicurezza del dato vicino a casa, talvolta mixando il cloud con il ritorno all’on-premise, ovvero a server di proprietà custoditi nei propri uffici. Le normative europee come il Dora e la Nis2 spingono con forza in questa direzione, imponendo elevati standard di resilienza».
Il percorso verso una piena sovranità digitale europea, però, non sembra né breve né semplice. Quali sono i tempi stimati?
«Il “trasloco” dei dati richiede tempo e investimenti strutturati. Il 60% delle aziende italiane prevede che saranno necessari almeno due anni per ridurre drasticamente la dipendenza da infrastrutture extra-UE. Solo il 20% stima di farcela entro sei mesi. L’Europa sconta un gap tecnologico importante: circa l’80% della spesa europea in cloud e software confluisce tuttora verso fornitori d’oltreoceano, e sul mercato non esistono ancora alternative continentali in grado di competere direttamente».
A frenare la transizione c’è anche il problema delle competenze. Dall’indagine emerge che l’80% delle imprese non prevede nuove assunzioni in ambito cyber security nei prossimi mesi. Come se lo spiega?
«Il dato riflette una doppia criticità. Da un lato c’è una effettiva carenza di profili specializzati sul mercato: le aziende faticano a trovare esperti di cyber security. Dall’altro, per superare questo ostacolo, le organizzazioni stanno cambiando modello organizzativo, evitando l’internalizzazione scegliendo di affidarsi a partner tecnologici esterni e a servizi gestiti. Solo un solido ecosistema di partnership può garantire la flessibilità e la protezione necessaria per supportare la competitività futura».
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