L'intervista
Sílvia Orriols Serra e l’ascesa in Catalogna: “Essere contro l’islamismo è un dovere, il velo è inaccettabile. E in piscina ho vietato il burkini”
Sílvia Orriols Serra, nata il 9 ottobre 1984 a Vic, nella provincia di Barcellona, è laureata in Biblioteconomia e Documentazione presso l’università della sua città natale ed è madre di 5 figli. Ex componente del Front Nacional de Catalunya (fino al 2020), è attualmente presidente del partito indipendentista Aliança Catalana, con il quale è stata eletta sindaco di Ripoll città di 11mila abitanti della Comunità autonoma della Catalogna nel giugno 2023 con oltre il 30% dei voti. Il “cordone sanitario” che la sinistra ha tentato per impedirle di governare è fallito e, da quasi tre anni ormai, sta portando avanti il suo mandato nonostante la maggioranza risicata di consiglieri comunali e le mozioni di sfiducia che un giorno sì e un giorno no ne fanno traballare la giunta. L’abbiamo intervistata mentre corre da uno stand all’altro, assieme a centinaia di attivisti e volontari di Aliança Catalana, «ascoltando, spiegando e unendo le forze per costruire una Catalogna prospera, sicura e occidentale».
Alle elezioni catalane del 2024 Aliança Catalana ha ottenuto il 3,78% dei voti, una percentuale pari a quella ottenuta dalla leader della destra politica italiana Giorgia Meloni alle elezioni europee del 2014. Alle elezioni parlamentari del 2018, la Meloni ha ottenuto il 4,3% dei voti e, quattro anni dopo, è stata nominata Presidente del Consiglio. Ritiene che un percorso simile sia possibile, almeno in parte, per il suo movimento in Catalogna?
«Il sostegno sociale al nostro progetto politico continua a crescere man mano che presentiamo le nostre proposte in sede parlamentare; le etichette stigmatizzanti che l’opposizione ci aveva affibbiato stanno cadendo da sole. I catalani stanno cominciando a rendersi conto della gravità della situazione e desiderano sempre più essere parte del cambiamento».
Quale risultato contate di ottenere alle prossime elezioni in Catalogna?
«È difficile prevedere quale risultato otterremo alle prossime elezioni, ma speriamo che sia sufficiente a continuare a influenzare il dibattito pubblico del resto dello spettro politico e riportare gradualmente il Paese ai principi di Buon Senso e Ordine che lo hanno sempre caratterizzato».
Per un certo periodo, la Catalogna è stata il principale focolaio del jihadismo in Spagna, insieme alle località marocchine vicine a Ceuta e Melilla. Nell’agosto del 2017, la Catalogna è stata teatro degli attentati più brutali della storia recente della Spagna non collegati all’ETA: gli attentati sono avvenuti sulle Ramblas di Barcellona e a Cambrils, causando 24 morti e oltre 150 feriti. L’imam di Ripoll è stato identificato come la mente dietro l’attacco. Cosa ricordi di questo tragico evento?
«Ricordo l’indignazione che noi di Ripoll provammo, come se fossimo stati pugnalati alle spalle. Siamo una società aperta, onesta e generosa… e loro ci hanno ripagato con morte e dolore. Per la prima volta ci siamo resi conto della reale minaccia rappresentata dall’avanzata demografica di coloro che combattono i valori occidentali e mettono in discussione il nostro quadro di diritti e libertà. Fino ad allora avevamo creduto ciecamente alle teorie sulla ricchezza del multiculturalismo predicate dalla sinistra… è stata una svolta».
In Europa e nei media mainstream il solo accenno a un legame tra criminalità e immigrazione proveniente da Paesi a maggioranza musulmana viene considerato incitamento all’odio, oppure discorso xenofobico o islamofobico. Perché?
«Immagino che siano in gioco interessi economici e geopolitici, ma anche la paura e la codardia dei nostri leader di fronte all’unica religione che ancora oggi accresce il numero dei propri fedeli attraverso minacce e omicidi. Essere contro l’islamismo non solo è legittimo, ma dovrebbe essere un dovere per tutti noi che crediamo nella democrazia e nelle leggi civili. Chi non avrebbe paura di un regime politico-religioso che vuole riportarci indietro di secoli?».
Una delle misure che lei aveva annunciato durante la campagna elettorale che l’ha portata alla carica di sindaco di Ripoll era il divieto di indossare il velo negli edifici comunali e nelle scuole pubbliche. L’ha applicata senza indugio, ma alla fine ha dovuto revocarla a causa delle minacce di proteste organizzate dai leader musulmani, che avrebbero potuto portare a scontri dalle conseguenze imprevedibili. Qual è la situazione attuale?
«In realtà, la proposta non è stata approvata perché l’opposizione, unita, ha votato contro. Tuttavia, siamo riusciti a vietare l’uso del burkini nella piscina comunale con un decreto del sindaco. Ritengo che sia un errore da parte delle istituzioni catalane permettere l’ascesa e la normalizzazione di un elemento misogino e fondamentalista come il velo, che priva delle loro libertà fondamentali le ragazze e le donne costrette a indossarlo. Il velo islamico contraddice il principio di uguaglianza che dovrebbe guidare ogni singola politica pubblica nel Paese ed è di per sé un’inaccettabile manifestazione di fanatismo nel XXI secolo».
Cosa ne pensa della recente vittoria ottenuta da Chega e da altri partiti portoghesi sulla questione del “cambio di sesso”? In pratica, il Parlamento ha abrogato la legislazione permissiva in vigore dal 2018, vietando specificamente ai minorenni di sottoporsi a interventi chirurgici per la “rettifica” del proprio sesso biologico, oltre a impedire loro di cambiare nome e genere all’anagrafe (i maggiorenni potranno farlo solo presentando un referto medico che attesti una diagnosi di disforia di genere, firmata da un medico e da uno psicologo). Le nuove norme prevedono inoltre restrizioni all’uso di bloccanti della pubertà e delle terapie ormonali per i minori, ritenendo tali trattamenti dannosi per la loro salute.
«Penso che i bambini debbano essere protetti, perché sono immaturi e spesso influenzati da mode o capricci passeggeri che cambiano nel tempo. In alcuni Paesi in cui era consentito somministrare ormoni ai bambini disorientati riguardo al loro genere si sono registrati drammatici casi di ripensamento e cause legali contro le istituzioni per aver autorizzato questi trattamenti invasivi e irreversibili. Gli adulti possono in merito quello che meglio credono, ma qualcuno deve proteggere i bambini da decisioni arbitrarie e incoerenti».
C’è qualcuno tra i seguenti leader occidentali di cui condivide, almeno in parte, le opinioni politiche? Mi riferisco a Marine Le Pen, Giorgia Meloni, Geert Wilders, Alice Weidel, Donald Trump, Javier Milei e Riikka Purra.
«Condivido alcune delle loro idee e visioni culturali, soprattutto per quanto riguarda la lotta contro l’avanzata islamista e le politiche a sostegno della remigrazione, politiche che anche noi promuoviamo del resto per la Catalogna. A prescindere dal grado di accordo con ciascuno dei politici nominati, ritengo che siano tutti leader coraggiosi che hanno anteposto i diritti e gli interessi dei propri cittadini al Politicamente Corretto che domina la scena pubblica. Sono persone che hanno rischiato la vita per consolidare il livello di civiltà raggiunto e i valori occidentali. Solo per questo, hanno tutto il mio rispetto».
© Riproduzione riservata







