«Faremo provare un brivido a Draghi», dice al Riformista una voce Cinque Stelle dal Senato. Il day after del voto interno consegna al Movimento un Conte ringalluzzito e perciò minaccioso. Il rieletto leader dovrà vedersela presto con l’ennesimo ricorso dell’avvocato Borré, ma intanto porta a casa il risultato e si batte il petto. Prova a compattare le sensibilità diverse. «Non può essere assolutamente che nel Def ci siano fughe in avanti, non può essere che il governo non ci ascolti», scandisce Giuseppe Conte in conferenza stampa. Fa sul serio? Varrà la pena di guardare tra i numeri della votazione interna: la notte delle nomination degli Oscar grillini, andata in onda su SkyVote, ha riposizionato i diversi capicorrente. Il più incallito bastian contrario del governo Draghi, Danilo Toninelli, risulta il più votato nella scheda per l’elezione dei tre Probiviri. Erano candidati in sei, lui ha ottenuto 44mila preferenze sui 55mila votanti. Dopo di lui la Dadone e terza la sottosegretaria Floridia.

Un consenso che la dice lunga sui reali umori della pancia degli iscritti, compressi tra un Di Maio strutturato ma troppo di governo e un Conte debole sul fronte organizzativo. Un successo eloquente («Mi è andata bene») di cui l’ex ministro parla in una intervista a Radio Rai con la quale preannuncia la sua politica alla guida della commissione per il rispetto delle regole. «Un altro esposto dell’avvocato Borrè? «Decine di migliaia di iscritti che hanno partecipato valgono più di pratiche burocratiche, questo signore odia il nostro progetto e sta facendo del male al M5s, gli staremo sulle scatole. Va bene, ma cercare di fermare una forza politica con gli atti legali è una cosa che lascia il tempo che trova». È una novità di cui tenere conto, detta dal vertice del soggetto più giustizialista della storia: «Non si ferma la politica con atti legali».

L’avvocato Borré ha replicato prontamente: «Le parole del signor Danilo non costituiscono un buon esordio per le funzioni che è chiamato provvisoriamente ad esercitare», contrattacca. E poi: «Colpisce che a Toninelli sfugga l’ovvio e cioè che io, come avvocato, patrocino le cause e non sono parte istante. Si interrogasse piuttosto sulla mole di provvedimenti giudiziari che negli ultimi sei anni hanno accertato violazioni ai danni degli iscritti: espulsioni illegittime, esclusioni altrettanto illegittime di candidature, regolamenti nulli…». Neo garantista ma anti Draghi, Toninelli fa capire che non si contrapporrà a quell’anima russa che abita il Movimento e sull’eventuale espulsione del senatore M5s Vito Petrocelli – se votasse contro il governo – fa sapere di essere pronto ad aprire il paracadute: «Renderemo trasparente qualsiasi procedimento. Nulla è automatico e con i colleghi probiviri andranno valutati tutti gli aspetti, poi si prenderà una decisione».

Petrocelli, ieri assente nella tesissima riunione congiunta delle commissioni Esteri e Difesa al Senato, rimane un caso aperto che il nuovo assetto del M5s non ha interesse a disinnescare, anzi. Fa leva, tiene più uniti i grillini lui con le sue assenze strategiche di quanto non faccia Conte con le sue conferenze stampa. Se Toninelli torna protagonista almeno delle vicende interne, è l’area di Luigi Di Maio a soffrire il passo indietro che il ministro degli Esteri ha dovuto fare dalle cariche di partito. Il titolare della Farnesina vola alto: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s, il Movimento fa un altro passo deciso in avanti. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra», dichiara.

Tra i dimaiani si fa buon viso a cattivo gioco: terminati i lavori plenari dei Comitati interni, la viceministra all’Economia, Laura Castelli, incornicia questi come «giorni importanti per la nostra nuova fase». Una fase in cui certe dinamiche di corrente, però, si apprestano a riproporsi tali e quali. O peggio, rafforzate. Nelle more delle tensioni sull’aumento del budget per la Difesa, si fa largo nel Movimento una posizione atlantista dietro alla quale si intravede l’ombra della Farnesina. «Il discorso è questo», ha dichiarato la senatrice M5s Antonella Campagna: «È fuori discussione, lo sappiamo, che nel 2014 si è sottoscritto in ambito Nato l’impegno per portare al 2% del Pil le spese per la difesa. In ogni caso, questo impegno il nostro Paese l’ha preso. Un impegno riconfermato – cioè agli atti – nel 2019 durante il 70esimo anniversario dell’Alleanza atlantica. L’aumento delle spese va oggi preso in considerazione anche nell’ottica della creazione dell’esercito comune europeo».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.