Giuseppe Conte fa il suo possibile per riaccendere il seguito per i 5 Stelle (tentando, con le sue ultime posizioni di conquistare, almeno in parte, il consenso di quel 35% di italiani – fonte Eumetra – che è contrario all’incremento degli strumenti di difesa e reputa che abbiamo fatto male a inviare armi in Ucraina), ma, probabilmente, non c’è molto da fare: i grillini sono politicamente (e, quel che più conta, elettoralmente) sempre più irrilevanti. Ma, si badi, non lo sono le posizioni di populismo: quest’ultimo è tutt’altro che finito e le sue sirene sono tuttora assai diffuse nel nostro paese (e in diverse altre nazioni europee e non).

Che il partito dei grillini sia in crisi di consensi è un fatto noto a tutti e rilevabile quotidianamente dai sondaggi. Oggi i Cinque Stelle sono valutati al poco più del 13%, a fronte del 32% ottenuto in occasione delle elezioni politiche del 2018: il 60% dell’elettorato di allora ha abbandonato il Movimento. I motivi del successo ottenuto a suo tempo sono stati più volte sottolineati. Si collegano al distacco e all’insoddisfazione (peraltro ancora presenti a tutt’oggi) per i partiti politici tradizionali, alla protesta e, non ultimo, alla capacità di trascinamento di Beppe Grillo. Gli argomenti usati allora da quest’ultimo erano, come si sa, spesso banali e superficiali, ma, proprio per questo, alla portata di molti, senza troppa fatica o impegno nel riflettere. Erano cioè “facili” e, proprio per questo, attrattivi. Talvolta anche stupidi. Ma si sa, come scrive Marais nel suo ultimo romanzo, che la stupidità e la rabbia sono contagiose. Proprio la facilità e la semplificazione degli argomenti ha condotto in Parlamento persone spesso poco preparate e sovente completamente inadatte a quel ruolo. E, infatti, l’esperienza di governo dei Cinque Stelle è stata disastrosa.

Di fronte alla complessità dei temi e delle scelte, molti eletti grillini hanno mutato le loro idee originarie. E, al tempo stesso, non pochi, una volta assaggiati i piaceri del potere, si sono prontamente adeguati a quest’ultimo. Di qui la caduta di appeal del Movimento e il calo drammatico di voti, causato anche dai persistenti conflitti interni. Per questo, è ragionevole prevedere che, in occasione delle prossime elezioni, nel 2023, il declino dei grillini sarà ancora maggiore. Mutatis mutandis, anche la Lega ha visto un calo di consensi nei sondaggi sulle intenzioni di voto, quando ha usato argomenti di stampo populista, nel tentativo di creare il partito nazionale. Anche quell’esperimento è in larga misura fallito e il Carroccio si deve ora rifugiare nel tradizionale e consolidato consenso storicamente ottenuto nel nord del paese. Il fatto che i temi populisti paiano aver comportato il declino dei partiti che li hanno maggiormente sostenuti, non significa però che l’appeal di queste tematiche sia decaduto per sempre.

Lo vediamo oggi nel dibattito sulla guerra in Ucraina. Sempre più spesso, al confronto tra argomentazioni serie e ponderate, basate su fatti e ragionamenti, si contrappongono parole d’ordine e slogan semplicistici e superficiali (spesso enfatizzati dai programmi televisivi che sovente li ospitano per allargare l’audience). Come mostrano i sondaggi più recenti, tuttavia, queste argomentazioni “facili” trovano un terreno di coltura in una parte significativa della pubblica opinione. Specie in quegli strati che Paolo Natale (in un articolo su Gli Stati Generali) chiama i “perdenti della globalizzazione”. Si tratta di persone deboli socialmente, con basso titolo di studio, che, sovente a causa del loro disagio sociale, guardano spesso con favore ai movimenti e alle contestazioni “antisistema”, come i no vax, i no green pass e oggi i sì Putin (Lo stesso Natale rivela che tra le suddette posizioni si registra una sovrapposizione enorme, oltre l’80%). Tutto ciò suggerisce che lo spazio per temi populisti ci sia ancora, tanto che alcune forze politiche tentano ancora oggi di raccoglierli e farli propri, in modo da allargare i propri consensi.

Come si sa, molti elettori che erano stati attratti nel 2018 dal populismo si sono oggi rifugiati nelle astensioni che, come è noto, hanno sempre più caratterizzato le ultime consultazioni elettorali amministrative. Ma non è detto che sia sempre così. Nei prossimi mesi potrebbe rinfocolarsi, anche a seguito della guerra, un’offerta politica di carattere populista, capace di raccogliere, forse, le simpatie di almeno una parte di coloro che oggi disertano le urne. E condizionare così, ancora una volta, i prossimi risultati elettorali.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino