La prima puntata del processo per il disastro della funivia del Mottarone si è conclusa con la scarcerazione di Luigi Nerini, gestore dell’impianto e Enrico Perrocchio, direttore di esercizio. Resta ai domiciliari invece Gabriele Tadini, il caposervizio che ha confessato di aver inserito i forchettoni ai freni. Ma il processo è tutt’altro che concluso e probabilmente durerà ancora molti mesi.

Nerini dal primo momento della sua scarcerazione ha detto che la prima cosa che desidera fare è “andare a pregare sulla tomba delle vittime”. ”Visite private”, ha detto ai cronisti, lontano dai riflettori, perché adesso “ci vuole totale rispetto per il dolore” di chi quella sera del 23 maggio non ha più visto tornare a casa i propri cari.

“Mi sta a cuore il risarcimento alle famiglie e mi impegnerò per questo”, ha confermato Nerini a chi gli ha parlato ieri, come riportato da Repubblica. Non è ancora chiaro in che modo le famiglie delle vittime saranno risarcite perché questo dipende da molti fattori e tecnicismi, a partire dalle polizze stipulate dall’azienda in caso di incidenti. Poi bisognerà aspettare quanto disporrà la magistratura.

I dubbi del tecnico sulla fune: “Il freno scattava perché la fune si stava rompendo”

“Se la centralina del sistema frenante della cabina 3 (quella precipitata, ndr) segnalava una perdita di pressione (come sostiene Tadini riferendo di quei rumori, ndr) una delle ipotesi è che la fune di trazione si stesse muovendo dalla propria sede in maniera anomala”. È questo il dubbio che Davide Marchetto, il responsabile tecnico della Rvs di Torino che ha eseguito i due interventi di manutenzione sulla funivia di Stresa richiesti da Tadini, ha riportato agli investigatori come persona informata sui fatti.

L’ipotesi è al vaglio degli inquirenti e del consulente tecnico nominato dalla Procura, il professor Giorgio Chiandussi del Politecnico di Torino. Marchetto però ha affermato che il giorno dell’ultimo intervento, il 30 aprile, Tadini non gli aveva parlato di questa criticità e quindi in quella occasione la sua attenzione si rivolse verso altro. “La ricarica degli accumulatori di tutte e quattro le vetture…”, come riporta il Corriere della Sera.

Tadini gli avrebbe segnalato poi un problema alla cabina 2. “Abbiamo verificato la parte delle teste fuse di questa vettura”. Ma non della 3, dove la testa fusa è oggi imputata di essere il punto di rottura del cavo. Marchetto chiamò Tadini il 3 maggio. “Per sapere se era tutto in ordine. Ha detto di sì e non l’ho più sentito”.

Il primo intervento risale invece al 4 febbraio di quest’anno. In quell’occasione la chiamata riguardava la cabina della sciagura e in particolare proprio la centralina dei freni. Esattamente il problema di cui si lamentava Tadini nei giorni precedenti al disastro, anche se non ne aveva più fatto cenno a Marchetto. Cioè, il freno che scattava spesso fermando la cabina e costringendo l’operatore a raggiungerla ogni volta per sbloccarla.

“Il problema era relativo alla pompa della centralina del freno, che andava sostituita. In pratica un malfunzionamento determinava che il freno rimanesse chiuso bloccando la cabina. Abbiamo quindi sostituito la pompa e la cabina ha continuato a circolare regolarmente”. Ma secondo Tadini il problema non sarebbe mai stato davvero risolto. La grana dei freni che scattavano l’ha così sistemata a modo suo: inserendo i forchettoni per disattivare i freni. Il resto è cosa nota: la fune si è spezzata ed è stata una strage.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.