Al via l’udienza di convalida del fermo davanti al gip Donatella Banci Buonamici al carcere di Verbania per i tre fermati per la tragedia della funivia del Mottarone, Luigi Nerini, Gabriele Tadini ed Enrico Perocchio. Per Tadini, che ha già ammesso di aver lasciato inseriti i ‘forchettoni’ nel freno di emergenza, il legale Marcello Perillo chiederà i domiciliari. La procura ha chiesto la misura cautelare del carcere per tutti e tre i fermati per pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e della reiterazione del reato. Accanto al carcere si trova una scuola alla quale è appeso lo striscione ‘Forza Eitan’ in sostegno dell’unico sopravvissuto alla strage.

I primi provvedimenti nei confronti di Luigi Nerini, Enrico Perocchio e il caposervizio Gabriele Tadini da parte dei pm di Verbania sono stati durissimi. Fermati mercoledì, i tre sono rimasti in carcere come misura cautelare nel timore dei pm che potessero reiterare il reato o darsi alla fuga.

“Nonostante la gravità delle condotte contestate e delle conseguenze che ne sono derivate, i fermati non hanno avuto un atteggiamento resipiscente”, non si sono presentati subito ai magistrati per assumersi “le proprie responsabilità”. Non essersi ravveduti è ancor più grave per Luigi Nerini e per Enrico Perocchio che domenica mattina sono accorsi sul luogo del disastro della funivia del Mottarone e con i propri occhi “hanno potuto vedere i corpi delle vittime straziati, giacenti a terra, sbalzati fuori dalla cabina o incastrati dento la stessa”, scrivono i pm di Verbania.

Il racconto delle ultime ore prima della tragedia

Tadini ha raccontato ai pm quanto successo nelle ultime tre ore prima del disastro. Ha detto di aver aperto la stazione intermedia di Alpino e di aver “avviato l’impianto intorno alle 9-9,10 per una corsa di prova a bassa velocità per verificare il regolare funzionamento”. Una volta arrivata la cabina partita dalla stazione di monte, sa che i freni di emergenza sono bloccati dai forchettoni istallati come di regola all’ultima corsa del giorno precedente. Li ha visti colorati di rosso sul carrello agganciato alla fune portante, e si accorge immediatamente di “qualche anomalia all’impianto frenante”.

Ha detto anche di aver sentito un rumore proveniente dalla centralina, “un suono caratteristico, riconducibile alla presumibile perdita di pressione del sistema frenante, che si ripeteva ogni 2-3 minuti”. È il circuito che tenta di riportare l’olio in pressione e fa “chiudere una delle due ganasce” dei freni bloccando la cabina. Per ovviare al problema, decide di lasciare i forchettoni installati altrimenti “il sistema, rilevando un’anomalia, avrebbe fatto scattare il freno impedendo all’impianto di fare le sue corse”.

Tadini inizialmente aveva dichiarato che lo stesso problema si era verificato il giorno precedente, per questo aveva lasciato inseriti i forchettoni “facendo viaggiare la cabina con il sistema frenante inibito”. Aveva preso lui l’iniziativa “senza avvisare nessuno, né Nerini, né Perocchio” e non aveva “annotato l’evento sul Libro giornale né avvisato nessuno”. A questo punto viene indagato per falso in atto pubblico dal Procuratore Olimpia Bossi e dal sostituto Francesca Carrera perché quel documento è destinato alle verifiche dell’Ustif del Ministero delle infrastrutture.

Ma il giorno successivo cambia la versione. E ammette che la procedura di lasciare i forchettoni inseriti era già avvenuta nel mese precedente. Aveva condiviso la decisione “sia con l’ingegner Perocchio sia con Nerini”, che non solo l’avevano avallata ma gli avevano anche detto di non fermare la funivia per la lunga manutenzione necessaria per evitare “ripercussioni di carattere economico”, violando così le norme “sul corretto funzionamento dell’impianto”, commentano i pm chiedendo al gip Donatella Banci Buonamici la convalida del fermo e un’ordinanza di custodia per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, rimozione dolosa di sistemi di sicurezza.

Il giallo della fune spezzata

Resta da chiarire perché la fune di trazione si sia rotta. Quindi al momento non si può dire con certezza se tra la rottura della fune e i freni bloccati ci possa essere nesso. “Resta indubitabile che, quale che ne sia stata la causa, la rottura del cavo trainante di per sé sola, non avrebbe determinato” l’incidente se i freni avessero potuto funzionare.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.