Un uomo onesto, un Presidente probo. Mica può perdere? Il tycoon, il magnate, gli hotel e i casinò, la Casa Bianca, l’American Dream. Impossibile, non se ne parla proprio. “Vincere è facile. Perdere non lo è. Non per me”, avrebbe spiegato Donald Trump nei giorni scorsi. È da più di una settimana che i media hanno chiamato Joe Biden nuovo presidente degli Stati Uniti. E lui niente. Hanno finito intanto di assegnare tutti gli Stati. Nulla da fare: Trump non vuole perdere e non sa perdere. Dopo quattro anni di presidenza a botte di “you’re fired”, di “loser”, di “you, fake news!” il Presidente della più grande democrazia del mondo non riconosce la sconfitta e chiama in causa gli avvocati. Patetico, disgustoso, irresponsabile a seconda dei giornali. Ma siamo proprio sicuri che questo atteggiamento di Donald Trump sia un’esclusiva di Donald Trump?

Qui intorno è tutto uno Stay hungry e stay foolish ad libitum, un Impossible is nothing a prescindere, uno Yes, we can! perpetuo. La sconfitta non è contemplata. Il successo è pervasivo e ossessivo fino al personale. C’è il fisico da vincente e quindi i selfie, gli amici, i locali; perfino la malattia si racconta in termini di vincenti e perdenti come se ci fosse del merito o della colpa nel sopravvivere o nel morire; si comprano i follower sui social per non fare la figura degli sfigati, una vita e uno stile di vita interi basati sul successo. O sulla sua idea, un’aspirazione totalitaria. L’unica cosa che conta.

E non è una questione di continuare a correre pur inciampando, di rialzarsi dopo essere andati dal tappeto, di piegarsi senza mai spezzarsi. La resilienza, che ormai è come il prezzemolo, sarebbe potuta tornare pure utile se anche lei non fosse stata ripulita con una positività spudorata ed edulcorata da manuale di auto-aiuto. Sempre pronti a ripartire, a tornare splendenti, a dover tirare fuori il meglio anche dai periodi più brutti come se alle discese ardite seguissero automaticamente le risalite. E perché mai? Per tornare a vincere. Ed essere di nuovo produttivi, efficienti e proficui. Altrimenti si è inutili.

“Soy un perdedor, I’m a loser baby, so why don’t you kill me?”, cantava Beck nel 1994. Divenne un inno. Ai perdenti, alla sconfitta, allo sbaglio. E qui si potrebbe recuperare quella citazione tanto abusata di Philip Roth – che, guarda caso, è morto senza vincere il Nobel per la Letteratura; né lui né Jorge Luis Borges: figuriamoci – che diremo del fail better: “Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Oppure quel Pier Paolo Pasolini che preferiva perdere “piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”, come scriveva su Vie Nuove nel 1961. Insomma non è nuova e non è solo un problema di The Donald, questa condanna al successo.

 

Lui comunque non molla, e rilancia: “Io non concedo nulla! Abbiamo una lunga strada da fare. Sono state elezioni truccate!”, altro che analisi della sconfitta. Sono caduti Achille ed Ettore, Muhammad Alì e Roger Federer; Trump no, non vuole, ma lui non è un eroe. “Di solito le persone di successo preferiscono mordersi la lingua piuttosto che ammettere che, come chiunque altro, devono la vita che fanno soprattutto alla fortuna, al talento, all’istruzione e alle circostanze socioculturali in cui sono cresciute. Perché il successo non è una scelta, né tantomeno l’insuccesso”, ha scritto Marian Donner, nel brillante Manuale di autodistruzione (Il Saggiatore) lontano anni luce dall’atteggiamento del tycoon. Che rischia di scatenare tensioni, tafferugli, le milizie di estrema destra – come sta succedendo a Washington – e continua ad agitare lo spettro di brogli senza alcuna prova. Ironia della sorte: per alcuni giorni, cercando “loser” su Twitter il risultato rimandava automaticamente a Trump: un contrappasso. Fail America Great Again.

Antonio Lamorte