Donald Trump ha perso. (Quasi certamente…). Il trumpismo però è vivo e anzi ha superato l’esame più difficile: sopravvivere alla prova del voto popolare e all’uscita di scena – difficile immaginare che The Donald possa avere il passo e la pazienza di continuare a fare politica – di chi gli ha dato corpo e identità. Per trumpismo s’intende populismo, individualismo, semplificazione, l’idea dell’“uomo forte” e il rifiuto della politica che è l’arte della mediazione, dell’ascolto e della ricerca della sintesi tra diverse posizioni.

Il saggista americano Adam Gopnik, celebre firma del New Yorker ha dichiarato in questi giorni: «Nonostante il disastro dell’emergenza Covid il messaggio di Trump continua a fare breccia soprattutto tra chi si chiede: cosa è meglio fare per me?». La domanda successiva è cosa farà adesso la destra populista e sovranista italiana ed europea che negli anni di Trump ha conosciuto la massima diffusione. Per dirla più semplice, che faranno adesso i tanti trumpiani d’Italia e d’Europa una volta perso il leader di riferimento? Si può qui solo osservare e tentare alcune ipotesi.

La prima è che nulla in realtà cambi visto che, nonostante l’età, The Donald continuerà ad essere un punto di riferimento negli Usa e in Europa, continuerà a sostenere le iniziative immaginando già, tra quattro anni, di tentare nuovamente la corsa con la figlia Ivanka o il genero. Il fattore clan nella visione populista gioca un ruolo importante. Per essere più chiari, Giorgia Meloni e Matteo Salvini continueranno a perseguire le stesse politiche, annacquate in salsa italiana, fin tanto che anche loro potranno andare al test elettorale. Il patto di legislatura 2018-2023 però, rinnovato giovedì sera a palazzo Chigi dai leader di maggioranza, è destinato a chiudere quelle poche finestre elettorali che si aprono da qui alla primavera 2022 quando l’elezione del Capo dello Stato aprirà nuovamente la scena ad ogni soluzione. A quel punto però la riduzione di un terzo dei parlamentari consiglierà bene ai 945 attuali di conservare il posto per un altro anno.

La seconda ipotesi prevede invece che tanto Giorgia Meloni che Matteo Salvini ragionino in fretta sulla sconfitta nelle urne di America first. Perché anche lo slogan “prima gli italiani” potrebbe non risultare più vincente tra un paio d’anni. Dipenderà molto, e questo lo devono tenere bene in testa il Pd e gli altri partiti di centrosinistra, da come l’Italia (e l’Europa) usciranno dalla crisi sanitaria. Dalle risposte che sapranno dare a un paese disorientato, ora anche arrabbiato, confuso e stanco.

Né Salvini né Meloni hanno “partecipato” più di tanto al contestato spoglio americano e al destino dell’amico Donald. La Casa Bianca è stata ed è per entrambi, al netto di una fugace infatuazione russo-cinese (le visite a Mosca e il memorandum della Via della seta) la casa madre. Punto di riferimento internazionale. Entrambi atlantisti convinti, amici dell’ex stratega Bannon (Meloni lo ebbe come ospite alla festa di partito) e avamposti italiani del trumpismo, non hanno però mai stretto la mano a The Donald presidente. Salvini ebbe questa opportunità solo nel 2016, prima dell’elezione: venti minuti di selfie al comizio finale a Philadelphia. Quando andò a Washington (giugno 2019), incontrò solo il vice Mike Pence e il segretario generale Mike Pompeo. Neppure Giorgia Meloni ha mai stretto la mano al Presidente: quando fu invitata a Washington ospite d’onore del National Prayer Breakfast a febbraio scorso, lo vide da lontano nel grande salone della convention.

Non c’è dubbio che Salvini sia il più trumpiano fra i due: negli ultimi dieci giorni di campagna elettorale, ha sfoggiato con orgoglio la mascherina con scritto Trump a caratteri cubitali. Due giorni fa ha dichiarato: «Fa benissimo Trump a chiedere il riconteggio, sono successe cose strane in certe contee: più voti di votanti; più schede che cittadini residenti. Vedrete, ci saranno sorprese». I media Usa hanno ripreso queste dichiarazioni con «il cheerleader italiano di Trump coltiva tesi complottiste sul voto Usa». L’orfano della mancata elezione è senza dubbio il leader della Lega. Anche Giorgia Meloni non rinnega, anzi: «Spero possa vincere Trump» ha tifato finché è stato possibile. Senza Trump alla Casa Bianca dovranno entrambi ragionare su questioni strategiche, di posizionamento futuro.

Trump ha prodotto il trumpismo ma non ha saputo allargare il suo consenso negli anni della Casa Bianca. Anzi, lo ha ridotto. E questi quattro anni sono stati probabilmente il suo punto massimo di espansione. Stessa cosa sta accadendo al centrodestra italiano a trazione sovranista: tra Lega e Fratelli d’Italia è in corso un sostanziale travaso di voti ma sono “fermi” intorno al 40 per cento. Con Forza Italia arrivano al 47-48% ma Berlusconi e Tajani non possono certo essere annoverati tra i sovranisti essendo saldamente ancorati nella grande famiglia dei Popolari europei.

Ecco che in fase di prospettiva, cioè cosa fare dopo Trump, entra in gioco l’Europa che il Presidente degli Stati Uniti, consigliere esterno della Brexit, ha fatto di tutto per indebolire. Giorgia Meloni è qualche passo avanti a Salvini. Si è già sganciata da schieramenti sovranisti e anche un po’ beceri e un mese fa ha conquistato, prima donna in assoluto, la presidenza dei Conservatori europei. Così come non è un caso che Salvini, “convinto” da Giorgetti e dalla parte più politica della Lega, abbia annunciato un giro nelle capitali europee perché la Lega “non è contraria all’Europa bensì lavora per una diversa Europa». Bye bye Donald, è stato bello ma ora sei inutile.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.