La differenza è che Lei ha sempre coltivato anche il Piano B. Lui invece va dritto da anni sui suoi temi, con gli stessi toni, gli stessi modi: no all’Europa, no agli stranieri, no a Conte senza se e senza ma. Slogan, Instagram e la Bestia che rilancia. Ma i tempi cambiano, viviamo una politica che consuma e divora tutto in fretta. Anche i selfie dopo un po’ diventano un rito stanco. Ieri ad esempio. Lei, Giorgia Meloni pubblica su Il Foglio una lunga lettera a Giuseppe Conte in cui gli indica i quattro punti programmatici e essenziali da cui il premier non può prescindere per ottenere l’appoggio di Fratelli d’Italia in questa difficile fase. Un’apertura. Un patto. Sembra.

Però, appena Conte prende la parola in aula al Senato nel pomeriggio per spiegare perché chiede la proroga dello stato di emergenza fino al 31 ottobre, la leader di Fratelli d’Italia lo gela con un tweet. «Sono scioccata – scrive Meloni – Conte sta sostenendo ora al Senato che, senza lo stato di emergenza, il governo non è in grado di fare normalissimi decreti legge e ordinanze. Questa è una grossolana menzogna e una pericolosissima deriva liberticida. Dove vuole arrivare il governo?». Una carezza e un ceffone. Sorrisi cristallini e affondi micidiali. È arrivata a definirlo “criminale” per il sospetto che il premier a un certo punto stesse cavalcando la paura. Con i Dpcm e lo stato di emergenza, appunto. Lui del resto aveva attaccato entrambi i leader delle opposizioni accusandoli di «mentire e di lavorare con il favore delle tenebre».

Fenomenologia di Giorgia Meloni, storia di una lenta e continua ascesa. In base agli ultimi sondaggi Fratelli d’Italia è al 18% con un +1,7 nell’ultima settimana. E continua ad erodere il consenso di Salvini sceso al 23,1%, meno dieci in un anno, -0,9 in una settimana.  Il Piano B di Giorgia è un sapiente, continuo ma coerente cambio di passo. «È il solito noioso nostro modo di agire: studiamo e valutiamo i fatti per quello che sono» spiega un big di Fratelli d’Italia.«Per la prima volta è accaduto qualcosa che noi caldeggiamo da sempre, dai tempi di Tremonti: l’Europa ha accettato di fare debito comune. Merkel e Macron hanno cambiato schema considerando l’Italia un pezzo importante del rilancio europeo. Due fatti che ci hanno incuriosito e che non potevamo liquidare con un banale no. C’è ancora parecchio da capire. Noi analizziamo i fatti». Succede in continue riunioni e briefing allargati a tutti a seconda dei temi.

Si affaccia, di tanto in tanto, anche Guido Crosetto, cofondatore del partito. Furono in tre nel dicembre 2012 a credere in quella scommessa: Crosetto, Meloni, La Russa. Hanno avuto ragione. Peggio per Salvini che nel 2018 non li volle al governo con i 5 Stelle. L’ultimo balzo nei consensi a favore di Fratelli d’Italia arriva negli ultimi dieci giorni, quelli del difficile via libera europeo al Recovery fund. Quella frase pronunciata da Meloni il giorno dopo alla Camera, «è stato bravo Presidente, ha difeso gli interessi italiani e abbiamo fatto il tifo per lei» è piaciuta anche al suo popolo. Non si sputa su 209 miliardi frutto di un oggettivo cambio di passo delle cancelleria europee. Cosa che invece ha fatto la Lega di Salvini bollando il piano come “superfregatura”.

Il centro destra unito è un corpo con tre teste e quella di Giorgia Meloni è, in questo momento, la più dritta. E lucida: no al Mes, sì al Recovery fund, ipotesi di collaborazione con il governo Conte, «che non vuole assolutamente dire governo di unità nazionale» a cominciare dallo scostamento di bilancio, il terzo in cinque mesi per cento miliardi in deficit, a patto che «si faccia finita con gli assegni in bianco» e si proceda a partire da quattro condizioni. Hanno tutte a che fare con il lavoro. È il contenuto della lettera di ieri pubblicata su Il Foglio. Prioritario è il “sostegno all’occupazione”: taglio del cuneo fiscale per le imprese che assumono; riduzione del 50% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per 12 mesi che ha perso il 25% del fatturato. Si chiede una «super deduzione del costo del lavoro, per premiare le imprese ad alta intensità di manodopera, basata sullo stesso meccanismo del super-ammortamento».

E poi «libertà di assumere e di lavorare», in una parola «abolire/sospendere il decreto “Dignità”» e tornare ai voucher. Si tratta di proposte irricevibili per un governo dove siedono i 5 Stelle. Però sono di buon senso. Ancora una volta Giorgia Meloni fa bella figura con poco prezzo. Anche questo fa parte del Piano B. Le opposizioni unite ieri sera hanno votato no alla proroga dello stato di emergenza. Oggi è molto probabile che si asterranno nel voto per far passare lo scostamento di bilancio. Salvini ha parlato ieri in aula chiedendo la solita spallata. Ma quella che buca e fa titolo e ancora una volta è Giorgia e il suo piano B.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.