Riccardo Lombardi diceva che quando gli Stati Uniti hanno il raffreddore, l’Europa prende la polmonite. Anche se le cose non stanno più così, la relazione resta forte, le analogie si fanno spesso stringenti, specie proprio nelle fasi di passaggio. Guardando oltreoceano, si può dire: de te fabula narratur. Si capisce anche così, e non solo per l’interesse che sempre destano e pour cause da queste parti le vicende americane, l’attenzione attorno alle sue elezioni presidenziali. Lo scontro tra Trump e Biden ha travalicato il classico conflitto politico per configurarsi come quello tra due mondi, tra due Paesi, in un irriducibile conflitto tra di loro, secondo il canone della coppia amico-nemico, in una sorta di guerra civile simulata nella politica e già reale in episodi sparsi nella società civile, in cui essa ha preso anche fisicamente corpo. Eppure, sono molti i fattori che inducono a pensare a una realtà molto più complessa, più articolata, attraversata e plasmata da un processo tumultuoso, nel quale la crisi, l’innovazione e il prodursi di mutazioni culturali e nelle soggettività imponenti rendono imprevedibile il futuro. La paura che si gonfia nella società, proprio da questo turbine è alimentata e sospinta.

Sarà bene, ora che il voto di massa del popolo americano ha cacciato dal governo l’orrore trumpiano, guardarci dentro per cercare di capire cosa si muova nella crisi, che è una crisi dell’Occidente e delle sue democrazie. Quello degli Usa è stato a lungo proposto come un modello, ma ora vacilla. Queste elezioni, che pure hanno visto una partecipazione popolare senza precedenti, hanno messo in luce più di una crepa tra il voto e la capacità del sistema di rappresentare le volontà popolari. Non era affatto infondato il quesito di Ian Bremmer, uno dei più famosi politologi, che questa primavera aveva scritto: «Dobbiamo porci domande essenziali sulla sostenibilità del capitalismo basato sul libero mercato in una democrazia rappresentativa». Aver bloccato il colpo di mano di Trump è un merito grande del voto, basterebbe a misurarlo la preoccupazione e l’inquietudine di tanta parte del popolo statunitense e del mondo con cui si è atteso il suo esito. Ma cosa spiega quella diffusa incertezza di ieri e la percezione di oggi sulla persistenza e la pericolosità del trumpismo? La risposta va cercata nella società americana e grande è il disordine sotto il cielo. Le vecchie divisioni della società americana, tra le aree delle coste dinamiche e il profondo della società rurale, non scompaiono, ma altre linee di faglia si moltiplicano.

Il Sud, con le nuove povertà, entra nella cittadella proiettata nel futuro, ma il futuro, ambivalente e obliquo, entra anche in territori che la crisi ha devastato. La famosa cintura della ruggine parla ancora degli operai bianchi che avevano contribuito a far vincere Trump, ma lì non c’è solo il loro disincanto, c’è anche l’ingresso di un nuovo dinamismo economico, l’emergere di nuove figure sociali e la frammentazione del mercato del lavoro e la destrutturazione dei legami sociali che sono forse l’unico fattore comune a realtà sociali, economiche e culturali diverse e persino incomunicabili tra loro. La crisi sociale si radicalizza, e con essa, le disuguaglianze, mentre le linee di rottura sono ancora moltiplicate dal Covid che le ha ingigantite. Così, più che in definite realtà sociali, come quelle nella tradizione, più che in specifiche figure, definite per etnia, storia e collocazione sociologica, è ora la dinamica dei movimenti a plasmare le opinioni sino a vederle esprimere nel voto.
La crisi e la ristrutturazione hanno colpito due dei referenti classici su cui si sono costruite in passato le coalizioni elettorali: la classe operaia e il ceto medio.

Un acuto osservatore ha scritto che «della coalizione di Obama, quella che ha messo i giovani, i neri, le varie minoranze sociali e culturali insieme alla classe operaia bianca… Joe Biden e Kamala Harris non trovano quasi più niente». I processi di ristrutturazione dell’economia, le scelte dei governi ne hanno logorato le fondamenta, il populismo reazionario, tanto reazionario da arrivare alle rivendicazioni del suprematismo bianco, si è abbattuto su di loro. La straordinaria reazione dei movimenti, però, le ha investite all’incontrario e ha messo in moto un processo che lascia un segno profondo. È innegabile che il grande movimento antirazzista della primavera e dell’estate è entrato in profondità nella società americana e ha avuto ora, effetto nient’affatto scontato, anche un ruolo elettorale. Ma al suo esito hanno concorso anche l’impressionante movimento delle donne, quello dei diritti civili e delle diversità come valore, e fin là è arrivato il verbo di Greta. Non è ancora una coalizione, ma è questo vento che ha reso protagonisti della sconfitta di Trump, su tutti le donne e i giovani. C’è il pieno e il vuoto, se questo è il pieno, il vuoto si rivela guardando proprio alla sinistra politica e, attraverso questa lente, alle classi popolari. Ci aiutano in questo sguardo uno scienziato della politica e uno scrittore: Michael Walzer e Paul Auster.

La principale colpa del mondo liberal, ha detto Auster, è di «non aver saputo vedere quello che succedeva e non aver saputo parlare a un mondo che lotta per la sopravvivenza, che è stato persino disprezzato. Questo disprezzo ha generato l’odio per la politica e la nascita del populismo e dell’antipolitica. La sinistra americana deve saper parlare alle classi più umili e operaie, prendendo nettamente le distanze da Wall Street». Analoga è la critica di Walzer: «La sinistra ha smesso di curarsi dei più deboli della società, così i forgotten man hanno cercato rifugio da Trump, questa è la lezione degli ultimi quattro anni. Basta con l’austerity a lungo coltivata dalla sinistra». È sempre Walzer che chiede a Biden di non imitare Obama, ma di cercare di reincarnare Franklin Delano Roosevelt.

Senza riempire questo vuoto, che è insieme un buco sociale, quello della classe operaia, e un vuoto politico, quello delle alternative di società, puoi battere Trump, ma non puoi riuscire a sconfiggere il trumpismo, che ha le sue radici profonde nella società americana, ma che è al contempo anche una variante di una tendenza che investe, in forme diverse, tutto l’Occidente, compresa tanta parte dell’Europa, tra cui l’Italia. Tuttavia, qualcosa di grosso è accaduto nelle elezioni americane, la sconfitta di Trump non è un fungo nato per caso. Vanno letti entrambi i piani del voto, quello di sopra e quello di sotto. Sopra, c’è il voto per il presidente; qui i movimenti hanno agito, ma indirettamente, hanno esercitato cioè un’influenza in sostegno di Biden contro Trump. Si potrebbe dire “un soccorso rosso”, in realtà arcobaleno, in aiuto al candidato democratico per battere Trump. Non era accaduto, sempre contro Trump, con Hillary Clinton. È accaduto ora, anche tramite il ponte realizzato di Sanders e dai candidati detti “socialisti”.

Il programma di Biden, un candidato moderato, ne è stato in qualche modo segnato. In ogni caso, quandanche non sia proprio il Green New Deal di Sanders, il suo programma, per usare la formula di Auster, «non è quello di Wall Street», seppure quest’ultima applaude entusiasta all’esito della contesa. In questa ambivalenza, quasi una doppiezza, conteranno certo nel prossimo futuro le scelte del Presidente, ma non meno conteranno la natura, l’estensione e la forza che prenderà il conflitto sociale, politico, culturale che i movimenti hanno avviato. Ci dice già qualcosa a questo proposito il mondo di sotto delle elezioni americane, quelle per la Camera e per il Senato. Esse ci parlano della radicalizzazione dello scontro politico nella società americana di oggi. Le Monde ha titolato “Un presidente, due Americhe”. Altro che la drogata immagine dell’America come la più grande democrazia del mondo! L’instabilità e il rischio della precipitazione in un vortice di violenze ci restituiscono l’immagine di una società malata, nella quale stanno l’una contro l’altra, un’insorgenza barbarica, da un lato, e i semi di una diversa società, meno diseguale, più ricca di relazioni tra le persone e con la natura, dall’altra.

Il voto negli Stati ha visto venire alla luce una destra estrema, negazionista, sostenitrice del complotto dell’élite ai danni del popolo, sempre quello bianco, maschile, quello della frontiera, del mito del Far West, financo nazisti, neppure simulati, sono venuti a galla, in una destra orribile, ma capace di vincere in una certa America. Ma è nell’altra America che sono accadute tante cose nelle politiche e nella rappresentanza, cose che possono avere un futuro. Lì i movimenti hanno conquistato risultati di cambiamento su entrambi questi lati e, questa volta, in presa diretta. Così, in alcuni Stati, sono stati guadagnati stanziamenti per le scuole pubbliche, in altri, il calmiere degli affitti. In Colorado, sono state introdotte tasse sulle proprietà immobiliari per finanziare gli sfrattati, altrove queste sono state introdotte per finanziare gli asili nido. In Florida, dove pure Trump ha vinto, il salario minimo è stato portato a 15 dollari l’ora. In parecchi Stati è stata legalizzata la marijuana e sono state bocciate le restrizioni proposte sull’aborto.

Nelle istituzioni di sotto, i movimenti hanno generato un diverso registro sulla rappresentanza, portando al successo candidate e candidati di sinistra radicale. Le deputate di The Squad, guidata da Alexandria Ocasio-Cortez, sono state elette tutte in blocco e con loro sono state elette decine dello stesso orientamento, tra cui le prime musulmane che entrano nel Congresso. Ma è proprio su questo terreno, che potremmo chiamare “della sinistra più radicale”, che si sono inanellate novità importanti, fino all’altro ieri inimmaginabili. C’è il successo di tutti coloro che hanno sostenuto il Madicare for All, la dura richiesta di una radicale riforma della sanità. Nel Missouri, è stata eletta con una maggioranza schiacciante Cori Bush, militante del movimento Black Lives Matter e prima donna nera a rappresentare il suo Stato al congresso. Ma anche due elette newyorkesi rompono la tradizione, facendo entrare al Congresso deputati di colore dichiaratamente gay. In un altro distretto di New York vince un giovane cresciuto nel dramma sociale del Bronx e vince per dare voce a quei lavoratori a cui essa è negata. In un altro Stato diventa senatrice una donna dichiaratamente transgender.

Si può capire di cosa stiamo parlando quando leggiamo di quegli elettori che «hanno appena mandato un ragazzo gay, nero, cresciuto nelle case popolari, con i buoni pasto, al Congresso». Con Biden si è sconfitto Trump. In una delle due Americhe, il trumpismo già da domani accenderà i suoi fuochi, eppure la contesa di fondo dipenderà molto dal rapporto che si realizzerà tra le scelte del Presidente e l’America, che non si accontenta di aver fermato Trump, ma che vuole cambiare davvero e radicalmente l’America tutta. Qualcuno la chiama già rivoluzione. Il Partito democratico sembra ancora temerla. L’Atlantico ci appare oggi meno grande.