È in uscita in questi giorni, uno dei primi instant book scritti da un medico, un anestesista-rianimatore, sulla guerra combattuta negli ospedali contro il Coronavirus: “Tu porterai il tuo cuore. Lettere dal fronte Covid-19”, di Giuseppe Nardi. Uno scritto che più che un dotto trattato sulle tecniche di anestesia e rianimazione, è un manuale di umanità sanitaria. Una cronaca giornaliera, dolorosa e sofferta, ricostruita attraverso la raccolta di messaggi inviati alla chat del reparto, chat creata dal primario Giuseppe Nardi, per coordinare l’azione, l’intervento e le decisioni terapeutiche della sua rianimazione, in prima linea contro il Covid-19.

Una preziosa e irripetibile raccolta realizzata, quasi a sorpresa, da una delle 2 figlie di Giuseppe Nardi, la più grande, che ha trascritto e ordinato messaggi e comunicazioni, sopratutto quelle delle prime settimane del contagio, le più difficili, drammatiche e disperate, vissute nel tentativo di contrastare la quasi inarrestabile diffusione del virus e nello sforzo di salvare quante più vite possibili.

Giuseppe Nardi, è uno di quei medici che vorresti incontrare, che tutti dovrebbero incontrare nei momenti più critici e difficili della vita, anestesista e rianimatore da 40 anni, oggi direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione nell’ospedale “Infermi” di Rimini, è anche uno dei 10 saggi europei chiamati a delineare le linee guida dell’approccio al trauma. Uno scienziato, anzi un mix di scienza e compassione, come ti immagini debba essere chi trascorre la propria vita discutendo con la morte e spesso chiamato a decisioni difficili: quelle di una rianimazione.

E la rianimazione del dottor Giuseppe Nardi, è da sempre una “rianimazione aperta”, dove cioè “le persone care dei pazienti ricoverati, possono avere un ruolo attivo nella cura e possono curare loro stessi dal grandissimo dolore di avere un familiare in rianimazione, condividendo gli stessi spazi e l’esperienza”. Nel reparto di rianimazione diretto dal dottor Nardi, per gran parte della giornata le porte sono aperte, i familiari possono entrare (generalmente uno, ma in alcuni orari anche due), stare con il loro caro, accarezzarlo, tenergli la mano, anche se in coma possono parlargli e soprattutto possono essere testimoni degli sforzi di cura che vengono fatti.

“Questo è fondamentale per tutti” spiega Nardi, “è fondamentale per i pazienti che percepiscono la vicinanza: è completamente diverso svegliarsi soli o con una voce familiare. E quando le cose vanno male, perché purtroppo nella rianimazione ci sono momenti drammatici, i familiari se ne accorgono, lo capiscono subito, prima dei medici che tendono a resistere, a capire dopo. Si crea allora una sorta di alleanza perché portiamo dentro non soltanto una o 2 persone, ma tutta la famiglia e tutta la famiglia sta intorno al letto del morente come 100, 50 anni fa”.

Un grande atto di umanità, di attualità nell’umanità, perché non esserci stati, non essere presenti, cambia la qualità della vita successiva di chi perde una persona cara. La ferocia del Covid-19 ha impedito ogni addio, ha condannato familiari e medici rianimatori come il dottor Nardi, a richiudere la rianimazione:“questa assenza è un dolore infinito che rimarrà. La rianimazione aperta ha posto fine a questo tipo di situazione, dove tutte le persone che finivano in rianimazione, i familiari potevano vederli al massimo attraverso i vetri”.

Ma chiudere era necessario, era l’unico modo per contenere l’onda che stava per colpirli, scrive il dottor Nardi nel suo libro e così nella sua rianimazione a Rimini, sono riusciti a resistere, a domare l’onda. E lui oggi si sente un uomo fortunato anche perché in tutta la sua guerra al virus ha sempre avuto vicino sua moglie, un’infermiera che ha scelto di essere trasferita da un reparto non Covid nell’epicentro del contagio, per lavorare insieme a lui, per abbracciarlo nei momenti peggiori. “Io ho avuto il conforto che è mancato a tanti, quasi a tutti e la sicurezza di lavorare in una regione dove c’erano le risorse e i presidi necessari”.