Ci vorrebbe un’amnistia, come provvedimento eccezionale, un po’ come quella di Togliatti del 1946 al termine del secondo conflitto mondiale, quando finirà la guerra della pandemia Covid-19, in favore di tutti coloro che con fatica e abnegazione stanno cercando di salvare vite negli ospedali. Parliamo di medici, infermieri, operatori sociosanitari e socioassistenziali, ma anche di personale tecnico e amministrativo e dirigenziale di nosocomi, case di cura e residenze per anziani. Oltre, naturalmente, ai medici di famiglia, quelli che più di altri stanno soffrendo oggi la fatica di dover assistere i propri pazienti spesso privi dei necessari presidi sanitari. Sono già 69, alla data di ieri, i medici morti di coronavirus, e circa diecimila gli operatori sanitari contagiati dall’epidemia.

Ma solo l’idea di dover aggiungere allo stress fisico e psicologico quotidiano anche l’ansia di dover subire, al termine dell’emergenza, anche un processo civile o penale per qualche errore reale o presunto, sta creando tensioni che sarebbe preferibile evitare in questo periodo. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore generale di Bologna, Walter Giovannini, intervistato dal quotidiano La Verità, aveva proposto la depenalizzazione dell’ipotesi colposa nella responsabilità del personale sanitario come norma generale e non relativa solo all’eccezionalità di questo periodo, sottolineando anche il fatto che l’incriminazione per colpa non esiste negli Stati Uniti né in Francia. E ieri, in un articolo sulla Stampa, il professor Gustavo Zagrebelsky proponeva l’introduzione di una causa di non punibilità che liberasse i medici e tutto il personale sanitario anche della pena di esser sottoposti a processo. Due pareri autorevoli, che qualcuno mostra di ascoltare.

Si è mosso il presidente del gruppo Pd al Senato Andrea Marcucci, primo firmatario di un emendamento al decreto Cura Italia che ho lo scopo di creare una barriera immunitaria intorno ai medici per frenare la tentazione di sfogare sui sanitari il dolore e la rabbia conseguenti al fatto che tanti si sono ammalati e tanti purtroppo non ce l’hanno fatta. L’emendamento è una sorta di provvedimento emergenziale al contrario, cioè di tipo garantistico invece che di inasprimento delle pene come sono in genere le leggi emergenziali. Propone di creare un vero cordone protettivo su tutte le «strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private e gli esercenti le professioni sanitarie-tecniche amministrative del Servizio sanitario». Lo scudo è limitato solo a tutti i comportamenti e gli eventi che si siano verificati durante il periodo dell’epidemia da Covid-19 e propone innanzi tutto di esimere da responsabilità civile o danno erariale tutti i soggetti, pubblici e privati che abbiano svolto in quell’ambito la loro attività professionale, tranne i casi di condotte dolose o di colpa grave.

 

La proposta di immunità si estende anche al campo penale, ed è questa la novità più rilevante e anche più delicata, finalizzata soprattutto a che, nel dopo virus, non si crei un ingorgo processuale tipico dei “dopoguerra”, cioè i momenti in cui si cerca giustizia spesso lasciando prevalere il dolore rancoroso e un po’ disperato, afferrando la prima ciambella che pare di salvataggio, anche se spesso è controproducente. Va ricordato che in genere il 90% dei medici chiamati in causa dai pazienti viene prosciolto o assolto. Anche perché è difficile dimostrare che un sanitario abbia agito per colpa grave, cioè con «macroscopica e ingiustificata violazione dei principi basilari che regolano la professione sanitaria o dei protocolli o programmi emergenziali».

Vista la stima, fondata, di cui godono in questo momento tutti gli operatori del sistema sanitario, si presume che in sede di conversione del decreto Cura Italia la proposta del Pd (cui si accompagneranno anche altre dei partiti dell’opposizione) avrà l’unanimità dei consensi. Il che servirà a tranquillizzare gli animi non solo ai sanitari, ma anche in parte al clima politico. Che, se sul piano nazionale può contare di una certa disponibilità sia dei partiti di governo che delle minoranze a mettere in campo il massimo delle energie per fronteggiare un’emergenza veramente eccezionale, comincia a presentare delle crepe in particolare all’interno della Regione Lombardia. Prima c’è stata una lettera critica dei sette sindaci Pd al governatore Fontana, poi la richiesta, sempre della sinistra, di un consiglio regionale straordinario per discutere del coronavirus e delle responsabilità della Giunta.

Un chiaro messaggio ostile non solo al Presidente della Regione, ma anche all’assessore al welfare Gallera, che ha avuto grande visibilità sul piano nazionale in questo periodo, tanto da esser visto da molti come un possibile antagonista alle elezioni comunali del 2021 del sindaco milanese Beppe Sala. Il quale è in difficoltà per aver sottovalutato la gravità dell’epidemia a lungo e per aver stimolato i cittadini milanesi a uscire, oltre che ad aver organizzato il famoso aperitivo con il segretario del Pd Nicola Zingaretti (che in seguito risulterà contagiato) e i giovani del partito. Se ci sarà l’assemblea in Regione, dove governa il centrodestra, è possibile quindi che ci possa essere una ripercussione in Comune a Milano, dove governa la sinistra. E non ne verrà niente di buono per nessuno. Sarebbe meglio, mentre si cerca un’amnistia per i medici, costruirne una anche per le polemiche politiche. Non è il momento dei litigi, proprio no.