Lo scaffale
Tutti i racconti di Sandro Veronesi in “Caducità”. Questa vita è fragile
Viene voglia, per parlare di “Caducità”, l’amplissima raccolta di racconti di Sandro Veronesi uscita per La Nave di Teseo, di copiare integralmente uno a caso di essi aggiungendo alla fine semplicemente: “Ma che bello!”. La raccolta, ci informa lo stesso autore, consta di 14 racconti già pubblicati in volume, 18 pubblicati su riviste o letti in pubblico e tre inediti.
Il libro contiene anche uno scritto di Sigmund Freud intitolato “Caducità”, e questo già spiega molte cose: tanti personaggi di questi racconti dovrebbero far riferimento allo scopritore della psicanalisi… Se c’è uno scrittore in grado di scrivere una specie di breviario dei tic umani, questo è Sandro Veronesi. Sono tic suoi? Sì ma non necessariamente. L’autobiografia c’è, in uno come lui, ma la vicenda lo trascende, e parla di noi, parla di ieri, e parla di oggi: in queste varie dimensioni unitarie c’è tutto Veronesi. Il quale appartiene a quella non sterminata schiera di scrittori per così dire puri, capaci di adoperare le parole come un grande pianista tocca i tasti, che lasciano cadere i pensieri sulla pagina come se scrivendo non avesse incontrato alcuna difficoltà: la qual cosa è propria dei grandi narratori, di quella particolare categoria di quelli che non stancano mai.
I personaggi di Veronesi vagano con la mente; o come viandanti occasionali, possono essere a Viareggio o a New York (ce n’è uno che va a sbattere contro Mike Tyson), ci sono ovunque ragazze al centro di amori sfocati, desideri spesso inutili, oggetti animati dalla forza della memoria, c’è la stanchezza dell’abitudine. È una bella sintesi della sua opera. E dopo aver letto tanti suoi romanzi, alcuni di grande successo, fin dai tempi lontani e fantasiosi di “Venite venite B-52″, ecco questo arabesco di storie brevi – il racconto dà un’emozione particolare, più intensa del romanzo – alcune delle quali sono davvero mirabili. Prendiamone due a mo’ di esempio.
Uno è “L’intelligenza del cuore”, titolo vagamente proustiano, dove si narra di un uomo che s’indovina normalissimo – sposato e tutto quanto – che si prende tre giorni per tornare da solo a Ventotene, dov’era stato, ragazzo deluso in amore, tanti anni prima. È un uomo senza nome alla ricerca di qualcosa che non sa come definire: riacciuffare i ricordi? Sì ma non solo. Egli cerca un modo per capire. Per essere intelligente. Così, quando perde in mare un anello d’argento dono della moglie, si dispera. Solo l’intelligenza animata dall’amore lo salverà: infilando con prudenza e coraggio la mano negli anfratti di uno scoglio, riuscirà miracolosamente a ritrovare l’anello, simbolo della vita che sfugge.
Un uomo solo che cerca: è il soggetto di un altro racconto, “Il ventre della macchina”, nel quale anche qui il protagonista è un po’ assurdamente legato a un accendino particolare, non di quelli usa e getta ma neppure di quelli pesanti d’oro. Anche stavolta l’oggetto si perde nel “ventre” dell’automobile, anche stavolta la mano s’infila tra tubi e valvole, lo ritrova, ma poi l’uomo dovrà accettare l’inesorabile destino della “morte” del suo oggetto. Ma – scrive Veronesi – «c’è un momento che arriva dopo le lotte, le speranze, le disperazioni, dopo le vittorie e dopo le sconfitte, in cui un uomo si accorge che ciò che gli resta è solo la propria forza». Una forza che è sospinta dalla ricerca di qualcosa d’indefinibile, che può essere l’amore. Ma non ci sono risposte certe, qui, nelle vite che passano e chissà dove vanno.
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