Il caso
Uccise i figli della compagna, oggi Antonio Russo è anziano, malato e affaticato. E questo carcere non fa per lui
Roma. Carcere di Rebibbia. Le bollenti giornate per il caldo eccessivo rendono le celle dei detenuti ogni giorno una prova in più da sopportare e superare. Le stanze del penitenziario capitolino, così come moltissimi altri istituti di pena italiani, sono occupate da un numero superiore di detenuti, rispetto alla loro normale capienza, che stanno scontando la loro pena e che, ci piacerebbe affermare, ma nella quasi totalità dei casi non è così, stanno percorrendo il cammino rieducativo della loro pena.
Non tutti i detenuti purtroppo godono delle stesse condizioni di benessere fisico e psicologico e questo si ripercuote sulla qualità di vita di chi vive in carceri che, come affermava il filosofo illuminista Voltaire, sono l’indicatore dello stato di civiltà di un Paese. Equivale a dire che, se uno Stato non riesce a garantire condizioni accettabili di vita ad un proprio detenuto, non solo trova una sua bassa collocazione di classificazione nella scala degli Stati virtuosi, ma soprattutto che ha fallito la sua funzione primaria di rieducazione e rispetto della dignità umana.
Il caso Antonio Russo
E nel solco profondo di questa affermazione non possiamo far passare inosservato il caso di Antonio Russo, detenuto ottantottenne, che nel 2018 uccise uno dei figli della sua compagna, che a sua volta lo aveva aggredito e che da tempo lo vessava e, che per questo, sta giustamente scontando la pena. Ma perché parliamo di un detenuto che, apparentemente come molti altri, sta solo scontando la sua pena? Perché attira la nostra attenzione? Semplicemente perché Antonio Russo è un detenuto graziato dal Capo dello Stato, ma ancora detenuto. Anziano, malato, affaticato, disperato, eppure ancora detenuto nonostante un provvedimento di grazia del Presidente della Repubblica ed in condizioni di salute giudicate chiaramente incompatibili con il carcere dai medici che lo hanno visitato.
È pur vero che la grazia, firmata ad aprile, è di tipo parziale e non piena, cioè in sostanza cancella due anni e mezzo degli otto che gli restano da scontare e quindi per questo non ha effetto immediato, essendoci appunto un residuo di pena. Ma è anche vero che il giudizio dei medici è estremamente chiaro circa la sua incompatibilità della permanenza nel penitenziario capitolino. E qui che si inserisce una pura considerazione di estrema umanità e rispetto per la dignità umana. Da oltre due mesi, infatti, il suo avvocato ha avanzato richiesta al magistrato di sorveglianza perché gli conceda di trascorrere ai domiciliari i cinque anni e mezzo circa che mancano per fine pena. I medici, come detto, si sono già pronunciati sulla incompatibilità per il suo stato di salute. Prima della sentenza definitiva, l’uomo ha trascorso un periodo ai domiciliari rispettando sempre le prescrizioni sottoposte a questo regime e senza mai dare problemi di alcun tipo. Se libero, Antonio Russo avrebbe una casa disponibile per scontare i domiciliari e una famiglia che potrebbe prendersi cura di lui. L’istruttoria sul suo caso è completa e quello che manca è solo la decisione del tribunale di sorveglianza, che mantiene sicuramente la facoltà di poter respingere la richiesta.
Antonio Russo, i mesi passano
Al magistrato, per il caso di specie, servirebbe soltanto di scrivere un provvedimento motivato sebbene non ha un obbligo di un termine temporale entro il quale farlo. Intanto però i mesi passano e Antonio Russo, con i suoi ottantotto anni, vive ogni giorno con una sofferenza che cresce di pari passo all’attesa inevasa. Quello che ci domandiamo è di estrema semplicità. Ma che tipo di Stato è, nelle vesti di istituzione giudiziaria, un Paese che non muove sensibilità nei confronti di un detenuto che spesso purtroppo cade dalla branda e batte la testa e sono gli altri detenuti a dargli una mano? Questa pena non rischia di diventare un qualcosa più simile ad una tortura? Suvvia, anche chi non conosce Antonio Russo spenderebbe parole per una veloce soluzione del caso. Sia solo per il rispetto della sua condizione umana. Quanto ancora deve attendere? E se ogni giorno che trascorre in cella potesse essere l’ultimo per lui? Facciamo tornare Antonio a casa. A scontare giustamente i suoi ultimi cinque anni e mezzo di pena. Ma in modo più confortevole e più rispettoso.
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