Yalta è tornata di attualità. E lo è tornata da quanto il presidente russo Putin ha cominciato a protestare che ci vuole una nuova Yalta e anche la Cina si è detta d’accordo. A Putin interessano quelle che ormai soltanto lui seguita a chiamare “zone d’influenza”, cioè zone ai suoi confini e che per questa circostanza non godono di piena sovranità e non possono fare quel che gli pare nelle alleanze militari ed economiche. E poi anche India, Brasile Cina e Sud Africa si sono accodati alla richiesta di una nuova spartizione del mondo, intendendo per “nuova Yalta” lo sganciamento del commercio dal dollaro americano e un mondo multipolare, cioè sempre separato dagli Stati Uniti. La Cina, per “nuova Yalta” intende il diritto di usare la forza per riavere l’isola indipendente di Taiwan, formalmente cinese, ma che prospera separata sotto la protezione di americani, giapponesi e australiani. Anche lì, argomenta Pechino, ci vorrebbe una nuova Yalta.

Ma che senso ha evocare Yalta? Che cosa è stata Yalta e perché la sua formula è tornata ad essere sexy? Quel che accadde a Yalta, un’amena località turistica della Crimea, fu la riunione di tre giorni fra i tre grandi della Terra e che insieme stavano vincendo la Seconda Guerra mondiale fecero un primo giro a carte scoperte per spartirsi il mondo. E anche per stabilire che una volta spartito, nessuno avrebbe ficcato il naso in casa altrui. I tre erano il primo ministro inglese Winston Churchill, il Presidente degli americani Franklin D. Roosevelt e il padrone di casa in uniforme e stivaloni, Josef Stalin dittatore emerito dell’Unione Sovietica. Era la prima settimana di febbraio del 1945 e si combatteva ancora contro i giapponesi, ma già mentre si discuteva di pace si mettevano le basi per la futura “guerra fredda”.

Churchill e Stalin si passavano Whiskey e Vodka ma anche una scatola di fiammiferi usata come Whatsapp scrivendoci col carbone del fiammifero spento: tu che vuoi, tu che mi dai. Fu stabilito che l’Occidente era americano e inglese. L’Europa orientale sarebbe stata sotto l’influenza sovietica, non si parlò degli imperi coloniali. Tutto fu rozzo e sbrigativo benché molto pratico. Quindi Yalta è il nome di una spartizione tra vincitori, dei popoli vinti.

Del resto, la Cina comunista non esisteva e tutto minacciò di saltare quando con gli occidentali, che avevano concesso ai sovietici l’onore di conquistare Berlino, Stalin si prese qualche giorno per mandare i corpi speciali per eliminare nei Paesi che stavano per diventare suoi, i più eminenti anticomunisti che erano stati antifascisti. L’indignazione non fu sufficiente per accogliere la proposta di invadere l’Urss e arrivare a Mosca. Prevalse il desiderio di chiudere la guerra dividendo il mondo in due con una invisibile “iron courtain”, una cortina di ferro che avrebbe separato due mondi che sarebbero restati per decenni con l’arma al piede. Ma quando l’Urss implose (“il più catastrofico evento della storia dell’umanità” secondo Vladimir Putin) mentre gli storici americani brindavano al nuovo mondo unipolare senza più storia perché senza più guerre, l’Oriente ex sovietico barcollò a lungo come un pugile prima di trovare un nuovo autocrate col senso dell’impero. Un effetto della nuova situazione mondiale è la rinascita del moto degli imperi: quello russo benedetto dalla Storia e non dalle leggi, quello turco che recupera il Medio Oriente perduto e quello del Celeste Impero fondato, dice Xi Jinping, sull’armonia ma mai sulla democrazia.

Se questo è, in modo sommario, il nuovo stato delle cose, bisogna chiedersi che cosa intendano realmente per “una nuova Yalta” i Paesi che rievocano quel lontano accordo tra vincitori. Se ne capiscono però gli aspetti che abbiamo elencato: la Russia reclama il diritto a ridurre la sovranità altrui accampando i diritti della propria sicurezza, ma più che altro si insiste su un mondo liberato dalla leadership americana, economica e militare, che sembra complicato decidere in due giornate al mare sorseggiando Vodka e Whiskey scozzese.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.