Non è solo la TAV a segnare il passo. Il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Territoriale Infrastrutture del sistema confindustriale, che monitora 84 grandi opere del Nord, fotografa un Veneto non ancora lanciato su più fronti. La terza corsia dell’A4 tra Quarto d’Altino e Villesse arranca: per il tratto San Donà-Portogruaro, aggiudicato con un contratto da 870 milioni, i lavori partiranno solo dopo il progetto esecutivo, e la fine slitta verso il 2031, cinque anni oltre la previsione iniziale. Il potenziamento della Venezia-Trieste segna anch’esso ritardi. Accanto a questo, per fortuna, i cantieri che rispettano il cronoprogramma: la Brescia-Verona, il terminal passeggeri del Marco Polo, l’hub portuale veneziano, il Quadrante Europa di Verona. Il quadro, insomma, è a macchie, e le macchie più scure cadono spesso sui tratti veneti.

Il vero nodo, però, si è spostato. Non è più soltanto tecnico o autorizzativo: è finanziario. I fondi PNRR sono in esaurimento, e il presidente dell’Interporto di Padova lo aveva detto senza giri di parole, già poco meno di un anno fa, a Direzione Nord-Est, il forum promosso dalla Fondazione Stelline: per le infrastrutture del futuro serviranno partenariati pubblico-privati. Cambia la grammatica delle opere. Fino a ieri bastava intercettare uno stanziamento europeo e far partire i cantieri; domani occorrerà convincere capitali privati che una linea, un porto, una bretella aeroportuale rendono nel lungo periodo, e che il rischio vale l’investimento.

Per un territorio che ha fatto della manifattura la propria identità, la posta è alta. Le scadenze delle concessioni autostradali, dall’A22 del Brennero alla stessa Brescia-Padova, aprono una finestra per ripensare il modello. Il Veneto che verrà si gioca meno sulle inaugurazioni e più su una domanda scomoda: chi mette i soldi quando l’Europa smette di darli? La risposta dirà se il Nordest non solo è un motore connesso con l’Europa, ma quanto è cresciuto come sistema- regione capace di far interagire economie, capitali e istituzioni.