Il 2026 è iniziato da appena 3 mesi e a Venezia sono già state trenta le chiusure del MoSE. Il sistema sta lavorando ad un ritmo che i progettisti avevano stimato per il prossimo secolo. Uno studio pubblicato pochi giorni fa su Scientific Reports, firmato da Piero Lionello e da quattordici colleghi europei, mette quattro possibili futuri sul tavolo. E nessuno di questi è comodo. Uno, prevederebbe addirittura di smontare la città e di rimontarla altrove. A riguardo, esiste anche un precedente tecnico, si chiama Abu Simbel e risale al 1968.

Il dato preoccupante

Lo stesso Lionello, ha raccontato in un’intervista a Repubblica che tra il 2020 e il 2025 il MoSE ha evitato 108 acque alte, praticamente poco più di venti chiusure annuali di media. Nei primi due mesi del 2026, da solo, ne ha collezionate trenta. Il progetto originale prevedeva che il sistema potesse reggere fino a un innalzamento del mare di 60 cm. Oggi, i dati dicono che ne deve reggere 125, con aggiornamenti. Ma a 75 cm di innalzamento, le paratoie dovrebbero restare chiuse sei mesi l’anno, a 125 per dieci mesi su dodici: a quel punto l’ecosistema collassa, il porto si ferma e la laguna smette di respirare. Il MoSE funziona, quindi. Il problema è che viene già impegnato troppo.

Venezia, intanto, continua a scendere. In media, la città emerge un solo metro sopra il livello del mare, mentre piazza San Marco sta a soli 80 centimetri. L’innalzamento globale degli oceani, sta già radicando lo scenario peggiore previsto dall’IPCC, mentre il terreno su cui poggia la città perde 10 cm al secolo per subsidenza. E’ come se fosse una forbice che si chiude dai due lati contemporaneamente.

Le quattro strategie

Lo studio, fornisce quattro possibili percorsi per risolvere il problema, ognuno con una soglia di livello del mare oltre la quale diventa inevitabile passare a quello successivo. La prima opzione, è quella di potenziare il MoSE, guadagnare tempo iniettando acqua nel sottosuolo per provare a rialzare la laguna di 30 cm, insieme ai palazzi più importanti, e mettere barriere di vetro intorno ai monumenti. Quindi, l’idea è quella di frammentare Venezia in isole protette, il resto allagato.

La seconda opzione, sarebbe quella di mettere un anello di dighe fisse intorno al centro storico. L’unico nodo sarebbe il costo, che oscillerebbe tra 500 milioni e 4,5 miliardi, meno comunque del MoSE. Venezia diventerebbe così una città-fortezza, e se una sezione del muro cedesse durante una tempesta, i veneziani avrebbero pochi minuti per evacuare.

La terza opzione, è quella più radicale. Questa, prevede di chiudere in modo permanente la laguna con un super argine, trasformandola in un lago costiero. La protezione sarebbe fino a 10 m di innalzamento, con un costo di 30 miliardi e un probabile addio all’ecosistema lagunare dopo mille anni di storia.

La quarta e ultima opzione è quella che in realtà non vorrebbe nessuno, poiché prevederebbe di rilocalizzare la città. Quindi smontare San Marco, Palazzo Ducale, i monumenti principali, e rimontarli nell’entroterra. Come già successo ad Abu Simbel, ma in scala cento volte maggiore. La stima sarebbe di un costo fino a 100 miliardi di euro, senza contare il costo umano di spostare i residenti rimasti. Sempre che a quel punto ce ne siano ancora.

Il nodo dei tempi di azione

La legge speciale per Venezia, è del 1973, con il MoSE che è diventato operativo solo nel 2022. Dunque ci sono voluti 56 anni per costruire un sistema che oggi sappiamo già essere insufficiente sul lungo periodo. Le grandi infrastrutture, richiedono dai 30 ai 50 anni, dalla decisione politica al collaudo. La prima soglia critica, che è quella in cui bisogna scegliere se diventare fortezza o chiudere la laguna, potrebbe essere raggiunta già prima del 2100 nello scenario ad alte emissioni. Il che significa che la decisione va presa entro e non oltre i prossimi vent’anni.