L'intervista
Verini boccia il decreto sicurezza: “Propaganda dannosa ma la sinistra stia lontana dalle piazze ambigue”
Un appello alla sinistra: isolare i vandali nelle manifestazioni. E una dura accusa al centrodestra: non strumentalizzare l’assalto nel corteo pro-Askatasuna per giustificare la repressione. Walter Verini, senatore del Partito democratico, critica aspramente il nuovo decreto Sicurezza ma invita gli alleati a non prestare il fianco ai teppisti.
Fermo preventivo, scudo penale per gli agenti, Daspo urbano: vi convincono le linee guida del nuovo decreto Sicurezza a cui sta lavorando il centrodestra?
«A non convincere è la politica del governo sulla sicurezza, tema agitato per ragioni elettorali. Passando dai citofoni di Salvini al populismo penale da palinsesto mediatico del governo. Non hanno senso dello Stato: provvedimenti improvvisati, alcuni incostituzionali. Volevano perfino le cauzioni sulle manifestazioni! Il fermo preventivo, poi, bypassa il vaglio dei magistrati, considerati un impaccio. I fatti di Torino sono stati gravissimi, ma non può essere consentito di usarli contro le opposizioni, per nascondere tre anni di fallimenti sulla sicurezza dei cittadini».
I vertici del Pd hanno spinto per una risoluzione unitaria con le altre opposizioni, ma voi democratici di area riformista avete espresso perplessità…
«In realtà non ci sono state diversità rilevanti. Il Pd ha compiuto il suo dovere, dalla parte della Polizia: la segretaria ha telefonato alla presidente del Consiglio; una delegazione Pd è stata all’ospedale dai poliziotti feriti; così il sindaco Lo Russo, che ha usato parole inequivocabili contro i criminali. Davanti a un uso strumentale e spregiudicato del tema sicurezza da parte della destra, era giusto puntare ad una risoluzione unitaria delle opposizioni. Come punto di arrivo, di un testo condiviso e chiaro, senza ambiguità. Questo abbiamo raccomandato».
Avete posto anche un problema «comunicativo». Cosa intendete dire?
«La sinistra, per me, deve stare sempre da tutt’altra parte dei violenti. È un problema politico. Un esempio: i centri sociali che nelle realtà urbane e metropolitane producono cultura “altra”, vanno tutelati. Ma non quelli che spesso diventano incubatori di violenza. Da Askatasuna sono partiti protagonisti di raid violenti No-Tav, di assalti a OGR, a La Stampa. Il loro comunicato dopo i fatti di Torino è stato agghiacciante. Ecco, starei lontano, come forze politiche della sinistra, da manifestazioni all’interno delle quali ci sono slogan e parole d’ordine e comportamenti violenti. Proprio per difendere le manifestazioni pacifiche, anche radicali: quando c’è aria di partecipazione e parole d’ordine violente, la sinistra stia alla larga, li emargini, li allontani. Come facevano negli anni Settanta il Pci di Berlinguer, la Cgil di Lama e tutte le altre forze democratiche e sindacali».
Meloni aveva fatto un appello alle opposizioni per una risoluzione unitaria. Un’occasione persa?
«Sì. Avrebbe potuto parlare seriamente al Paese e al Parlamento. Dire basta con l’uso spregiudicato dei migranti come carne da macello per la propaganda. E stop all’uso strumentale della sicurezza. Dotare di uomini, mezzi, tecnologie Forze dell’ordine e apparati. Aggredire le cause sociali e culturali di violenze e insicurezze. Aprire un confronto vero con le opposizioni in modo maturo e democratico su un tema fondamentale della convivenza civile, che anche la sinistra negli anni ha sottovalutato. Ha scelto ancora una volta la propaganda».
Non può negare, però, che Avs ha prestato politicamente il fianco ad Askatasuna…
«Anche Avs ha usato parole chiare contro i violenti e di solidarietà ai poliziotti. Sarebbe sbagliato ignorarlo. Detto questo, sono contento che il mio partito non abbia aderito a quella manifestazione. Ambigua era la manifestazione, non i partecipanti che hanno marciato pacificamente».
E pensare che negli Anni di piombo, dell’Autonomia, dove c’era violenza non c’era né il Pci né la Cgil. Oggi la sinistra fatica a mettere all’angolo i teppisti. Cosa è cambiato?
«Non ci sono più i partiti di massa. Che avevano adeguati servizi d’ordine, e piattaforme chiare e nette. E guidavano politicamente le mobilitazioni. Oggi, molto spesso, le manifestazioni hanno un carattere “liquido”, spesso “spontaneo”, dove non si capisce chi siano gli organizzatori e dove possono penetrare parole d’ordine e comportamenti aggressivi. Occorre più attenzione, prevenzione, presa di distanza. Detto ciò, va detto con forza che nessuno può limitare il dissenso espresso con manifestazioni democratiche e pacifiche».
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