Fino a pochi giorni fa, prima che i giornali riportassero gli esiti delle analisi scientifiche, la verità sulla morte del “piccolo Gioele” e della madre, Viviana Parisi, sembrava destinata a perdersi nei loro corpi martoriati, nel desiderio dei famigliari di allontanare l’ombra inquietante di un omicidio-suicidio, nei due volti sorridenti del selfie che continua a circolare su Facebook, oppure a restare soltanto un richiamo per dibattiti televisivi abituati a trasformare tragedie famigliari in materia di intrattenimento. Ad alimentare il “mistero” sulla loro morte ha sicuramente contribuito il vuoto di tempo intercorso per il ritrovamento dei loro corpi, la distanza che li separava, le insidie che può riservare un luogo boscoso, che si tratti di incidenti o aggressioni. Ma si può pensare che abbia pesato anche l’ipotesi per un verso più credibile – stando ai messaggi che Viviana e il marito, Daniele Mondello, avevano lasciato sui social – e, per l’altro, più difficile da ammettere, che è quella di una madre che dà la morte a se stessa e al proprio figlio.
Considerato “naturale” per la donna, tanto il generare la vita quanto averne cura – allevarla, crescerla, sostenerla materialmente e psicologicamente senza limiti di tempo – sembra impossibile pensare che la maternità riservi ostacoli, ripensamenti, ambivalenze inaspettate per la donna che si trova improvvisamente proiettata sulla vita di un altro essere, che esige attenzioni, rinunce, sacrificio di sé, in ottemperanza a quello che è stato per secoli il ruolo femminile. Il rilievo che hanno sempre assunto in casi come questo criminologi e psichiatri ne è in qualche modo la conferma.
Nella storia delle donne si può dire che la patologia è stata da sempre la “normalità”: dall’identificazione col corpo – di per sé vulnerabile e mortale -, con la funzione sessuale e materna, bisognose di controllo e protezione, con la radice animale dell’umano, cioè la “vita inferiore”.
La natura – dice Jules Michelet– ha fatto le donne deboli, bisognose d’amore, destinate perciò a contare sulla magnanimità dell’uomo. Che la loro “follia” avesse qualcosa a che fare col destino che il dominio maschile ha loro riservato -mogli e madri- è una consapevolezza che ancora stenta a venire allo scoperto e ad aprire la strada a ragionamenti diversi sulle vicende che le vedono protagoniste insieme ai loro figli. Eppure, nell’era dei social e della condivisione di intimità, confessioni, esposizione di sé, non dovrebbe essere così difficile riconoscere i segnali del malessere che attraversa le relazioni famigliari e che può spingere fino a dare e darsi la morte.
In un post del 7 luglio sul profilo del marito, Daniele Mondello, Viviana scriveva che, dopo due anni dalla nascita del figlio, si era sentita “totalmente e completamente del tutto ancora più estraniata, allontanata, chiusa in un bunker”, come se avesse incontrato “la matrigna cattiva” e fosse “scappata nel bosco, nascondendosi al mondo”. Quanto la maternità avesse potuto scontrarsi con la sua passione per la musica, con la libertà che non poteva più permettersi, è detto con altrettanta chiarezza: “La musica e tutto ciò che facevo è diventata malvagia, mi ha rinchiuso in una bara di cristallo”. Nella lettera al figlio, che legge in un video, sempre su Facebook, commentava: “Ci sono momenti della vita in cui abbiamo bisogno di stare soli. La solitudine è anche un modo per crescere e meditare, far funzionare il cervello”. Al figlio Viviana avrebbe voluto raccontare come era nato il suo mestiere di DJ, nella speranza di trovare insieme a lui un “Ritmo”, una regolazione del tempo da trascorrere insieme. Nel bosco, lontano dal mondo, Viviana è entrata davvero, ma non per recuperare il silenzio e la quiete necessaria a far “crescere” in armonia la sua vita, ma per incontrare i suoi “persecutori” e permettere che si consumasse con la morte, su di sé sul figlio, il duplice tradimento: della maternità e della sua passione esistenziale.
Quanto resta ancora da sapere riguardo alle relazioni intime, che affondano dolori, rinunce, sentimenti contraddittori di rabbia e tenerezza, nei gesti di una quotidianità che si dà per scontata, nel corpo a corpo di donne e bambini confinati nelle case, nel carico di responsabilità a cui sono chiamate ancora essenzialmente le donne?
Quello che stenta a fare la sua comparsa nel discorso pubblico, nelle analisi politiche, nell’informazione dei media, trova fortunatamente altre strade per arrivare agli aspetti “impresentabili” della vita. Sono quelle che ho chiamato più volte “scritture di esperienza”, non riconducibili a generi letterari noti, capaci – per usare le parole di Sibilla Aleramo – di “nominare l’innominabile”, di avvalersi di una lingua che sa ragionare con la memoria profonda di sé e, al contempo, con i linguaggi sociali.
Ci sono pagine, nel libro di Carole Fives, Fino all’alba (Einaudi 2018), che possono diradare “misteri” e dare alla “follia” delle donne altri nomi, e scoraggiare al medesimo tempo il profluvio delle diatribe mediatiche di psichiatri e criminologi.
«Si affrettava a indossare di nuovo la faccia da madre rassicurante, dava alla voce inflessioni dolci. A volte perdeva la pazienza, avrebbe voluto che tacesse, che la smettesse di sollecitarla, che la lasciasse finalmente in pace. Era sfinita, stanca di quel personaggio che aveva costruito da cima a fondo: la brava mamma. Era in quei momenti, probabilmente, che la voglia di fuggire toccava il culmine. Quando si rendeva conto di non sopportare più quell’unico ruolo nel quale era ormai relegata. Era allora che le fughe diventavano indispensabili, come respirare, come ostinarsi.(…) Un corpo senza un bambino aggrappato. Un corpo senza il prolungamento del passeggino. Le prime volte che era uscita le era sembrato strano. Si era sentita come se fosse stata amputata di qualcosa, di un’appendice quasi naturale di se stessa. Ma ora si sentiva leggera, leggera. Proseguire. Al proprio ritmo, non a quello lento, sempre sfasato del bambino. Riappropriarsi del suo corpo. – Della sua vita».