Era il 1980. È stato ancora d’autunno, ma giusto il contrario di quello del ’69, l’autunno caldo. È stato proprio il suo rovesciamento. Vale la pena di parlarne non solo per ricordare i vinti giusti, quel popolo dei delegati, dei consigli e dei lunghi picchetti davanti ai cancelli della Fiat che provò ad arrestare l’onda della restaurazione che lì si annunciava con i licenziamenti di massa. Sarebbe peraltro assai interessante indagare con loro come vivono oggi il tempo presente, loro che hanno vissuto la storia delle lotte, delle conquiste, del protagonismo degli operai e della speranza di allora. Vale la pena di tornare a parlare dei 35 giorni alla Fiat perché essi hanno segnato uno spartiacque tra due cicli sociali, politici e culturali diversi del Paese, tanto diversi da dover essere considerati opposti tra di loro. Sono in molti a datare la fine del secondo dopoguerra italiano con l’uccisione di Aldo Moro; altri, più attenti all’incidenza in esso del Movimento operaio e del Partito comunista italiano, datano quel passaggio col giorno del funerale di Enrico Berlinguer.

Ma è la storia sociale del Paese che elegge quei 35 giorni e la loro conclusione a storico spartiacque. Il caso italiano, cioè il ciclo del cambiamento avviato con la rottura del biennio rosso del ’68-’69, finisce lì, con una rivincita di classe che avvia prima il ciclo della restaurazione capitalistica e poi, su quella base, quello della sua rivoluzione, che giunge sino alla globalizzazione e alla costituzione del capitalismo finanziario globale. Non c’è nulla di deterministicamente necessitato, intendiamo. Se siamo arrivati fin qui, sino a una crisi di civiltà, un processo gigantesco si è messo in moto e ha fatto il suo corso accidentato e non sempre prevedibile. Dentro ad esso, c’è anche la storia recente del nostro Paese e, in questo, della democrazia, delle sinistre e del conflitto sociale. Ma se si vuole rintracciare un inizio per questo nuovo ciclo, per quel che più direttamente riguarda quello che è stato chiamato “il caso italiano”, è proprio in quell’autunno dell’80 a Torino che esso deve essere trovato.

Lì c’è la fine di un ciclo lungo un decennio. Per intendere la profondità della rottura, bisogna avere ben presente cosa c’era stato prima di essa. Se il ’68 nel mondo ha aperto la breccia di cui ha scritto Edgar Morin, in Italia il biennio rosso ha avviato il ciclo sociale e politico, incentrato sul conflitto sociale, e in esso sulla centralità operaia, sulla centralità della fabbrica. Il caso italiano, cioè l’attualità e la concretezza della trasformazione del modello di sviluppo, vede realizzarsi la riforma sociale e le conquiste dei diritti civili sulla base di uno spostamento grande del potere a favore dei lavoratori e sul controllo operaio sull’intero processo di lavoro. Questa, l’originalità del caso italiano. Il livello delle conquiste in fabbrica e nella società si è allora portato a un livello tale da divenire un fattore di crisi del modello di accumulazione capitalistica nel Paese, a sua volta attentato dall’esterno, dalla crisi petrolifera e dal costo delle materie prime. È maturato così un aut-aut: o si realizza il cambiamento o il processo in atto si espone al suo rovesciamento. Guido Carli avvisò la borghesia che anche per lei, sebbene in termini opposti, si poneva la stessa scelta radicale.

Le istituzioni del Movimento operaio, per ragioni assai complesse e di lunga durata, invece, se lo sono negato e hanno cercato un compromesso fondato sullo scambio tra un freno alla dinamica salariale e una, peraltro impossibile, garanzia occupazionale. La tematica della produttività ha occupato il campo e ne ha travisato la posta in gioco. Per il sindacato sarà la svolta dell’Eur, per il Pci sarà il governo di unità nazionale. I protagonisti diretti della contesa restano così soli ed esposti a quel che Luciano Gallino chiamerà, più tardi, “il rovesciamento del conflitto di classe”, questa volta agito dai padroni contro i lavoratori. Il contesto in cui esso si produce è quello di una gigantesca ristrutturazione industriale che investe interi settori e in altri si approssima, dal carbone alla chimica, dal tessile all’automobile, interi comparti dell’economia sono investiti dal processo. La curvatura drammatica per le popolazioni lavorative che prende il conflitto di classe in tutto l’Occidente negli anni Ottanta non si capisce senza intendere la radicalità di questo processo, in cui si connettono gli aspetti strutturali con quelli soggettivi dello scontro.

Lo intuirà alla Fiat il popolo della resistenza ai cancelli, quando inalbererà sulla propria rotta la gigantografia di Karl Marx. La borghesia imprenditoriale, nelle sue punte di lancia, ha fatto suo l’aut-aut e ha compiuto la scelta di andare fino in fondo nello scontro sul campo. Anche nella politica su scala mondiale sono venuti alla luce nuovi leader che si proponevano nell’economia e nello Stato di compiere la stessa scelta, dando avvio alla devastante stagione neoliberista. I loro slogan ne illustrano la portata controriformatrice: Reagan rovescerà la nozione dello Stato, indicandolo non più come opportunità, ma come problema; la Thatcher dirà che la società non è nulla e che l’economia è tutto. La svolta è imponente, le sue conseguenze sociali saranno acutissime. La controriforma non poteva trovare annuncio più potente, ma è sul terreno sociale che la svolta restauratrice prende maggiore evidenza. La contrattazione sindacale viene aggredita direttamente, le vertenze simbolo diventano quello che per il padronato si debbono concludere senza più nessun accordo sindacale, l’impresa nega il compromesso sociale. I lavoratori devono essere sconfitti.

Il primato dell’impresa deve essere riconquistato senza più condizionamenti di sostanza. In una fase di qualche anno si consuma un’intera rottura. I 35 giorni alla Fiat sono nell’80, i controllori di volo sono piegati dal governo statunitense nell’81. Nello stesso tempo, i lavoratori degli storici cantieri navali nella Spagna dei Paesi Baschi sono costretti a subire i licenziamenti. Nel 1984, in Gran Bretagna, 140mila minatori, guidati da un grande sindacato come il Num e da un dirigente sindacale come Arthur Scargill, ingaggiano una lotta imponente contro la chiusura di venti pozzi di carbone. È una lotta operaia radicale, una lotta di popolo, come ci ha illustrato poi Ken Loach. I minatori perdono, ventimila lavoratori restano senza lavoro. David Peace, nel suo libro Gb84, dice che «allora si configura il nostro orribile oggi».
In Italia, il conflitto, mentre la politica sfugge ancora alla sua radicale portata, tende ancora a non leggerne l’irriducibilità che ormai invece si è fatta rapporto sociale e il conflitto precipita direttamente in fabbrica, alla Fiat. Cesare Romiti, a capo di fatto dell’azienda, assume direttamente su di essa e in toto il compito attribuito all’intera classe imprenditoriale.

La Fiat interpreta in prima persona la nuova linea di negazione dell’accordo sindacale e punta direttamente alla conquista della vittoria sul campo. In Italia, è dalla riconquista del comando padronale in fabbrica che si avvia il processo di una nuova affermazione dell’egemonia politico-culturale da parte dell’impresa e si avviano le condizioni per estenderla allo Stato e alla società. Il Neoliberismo da questa parte dell’Europa è cominciato da lì. Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro e intellettuale di rilievo, scrisse allora che la svolta della Fiat è stata «l’unico fatto politico vero degli ultimi dieci anni. Ha cambiato tutto il sistema delle relazioni industriali. Ha messo ko il sindacato. Ha ribaltato il rapporto tra la classe politica e quella imprenditoriale». Cambia, rispetto al nostro, radicalmente il giudizio di valore su quell’evento, ma di un evento in ogni caso si è trattato. In esso c’è a illuminarlo uno specifico sindacale di prima grandezza, ma lo segna dall’inizio della vicenda una contraddizione importante. La realtà in cui esso è immerso è quella che abbiamo schematicamente descritto, è quella dell’aut-aut. Le scelte politiche che guidano da parte istituzionale, da parte del comando d’impresa, i grandi conflitti di lavoro che caratterizzano la fase sono improntati sul rifiuto del compromesso, sul rifiuto dell’accordo.

Proprio in questo c’è la novità, che i governi neoliberisti e il nuovo comando dell’impresa, quello che punta alla sua piena restaurazione, affidano alla fase che si sta aprendo. E qui c’è per il fronte operaio la prima contraddizione. Il suo protagonista principe è il sindacato, ma il carattere fondamentale che connota prioritariamente di sé il sindacato è la contrattazione, è la ricerca dell’accordo, quandanche il sindacato si sia fatto soggetto politico, come è accaduto per il sindacato dei consigli, la contrattazione resta la ragione della sua esistenza. Nello specifico sindacale c’era poi, in primo piano, le caratteristiche del tutto originali del conflitto operaio e della storia sindacale a Torino, alla Fiat. E proprio qui si apre una seconda contraddizione. Tutta la storia alla Fiat, prima della rinascita del sindacato, poi dell’affermazione del sindacato unitario dei consigli è fondata sull’articolazione dell’iniziativa operaia, sulla partecipazione diretta degli operai interessati alla definizione degli obiettivi e delle forme di lotta. Invece lo scontro dei 35 giorni non può che essere uno scontro centralizzato, perché si gioca sull’accettazione o sul rifiuto del licenziamento di massa.

A Torino, alla Fiat la nascita del sindacato dei consigli e la sua crescita con la Slm si è fondata, piuttosto che sulla centralizzazione del conflitto, sulla sua articolazione, su un’articolazione reparto per reparto, lungo l’ispirazione della critica di massa dell’organizzazione capitalistica del lavoro e sull’affermazione del controllo operaio. Parole oggi lontane entrarono a far parte della grammatica di una straordinaria vicenda sociale, politica e culturale. Il gruppo operaio omogeneo, come veniva definito, era alla base di una nuova democrazia, quella sì una forma di democrazia diretta. Termini come “bilanciamento”, “saturazione”, “cottimo”, erano le parole di un rimpossessamento da parte degli operai di un sapere da cui prima erano stati esclusi. I cartelloni che fornivano ai lavoratori la conoscenza del processo produttivo stavano affissi sulle linee, come i libretti stavano nelle tasche dei lavoratori. Le forme di lotta che erano state praticate si erano venute sempre più articolando e differenziando fino all’invenzione della famosa scelta del salto della Scocca. Se l’aut-aut si era venuta proponendo, a livello di società, con l’affermazione del primato delle compatibilità economiche, lo stesso si era proposto a livello di fabbrica, attraverso la questione del potere dei lavoratori sull’organizzazione del lavoro contro la gerarchia aziendale.

La festa organizzata dalla lega sindacale a Mirafiori, dopo l’accordo del luglio del ’77, che aveva conquistato finalmente anche alla Fiat la mezz’ora per la mensa, ha indicato, anche simbolicamente, un punto d’arrivo. La Fiat non regge più la sfida e va alla rottura. L’inizio lo realizza con il licenziamento di 61 lavoratori e lavoratrici, accusate senza prova alcuna di fiancheggiare il terrorismo. La Fiat cede così apertamente a un atto antisindacale e di aperta provocazione. Poi c’è l’annuncio della crisi aziendale, e infine c’è la scelta di prospettare i licenziamenti di massa alla Fiat. Una cosa inimmaginabile nella fabbrica e nella città fino al giorno prima dell’annuncio. L’annuncio di 14mila licenziamenti alla Fiat cambia la storia sociale del Paese e cambia la natura del conflitto sociale. La centralizzazione del conflitto diventa a quel punto obbligata, lo diventa ancora di più quando, alla caduta del governo Cossiga, che aveva avanzato una proposta di soluzione di compromesso della vertenza, la Fiat ritira i licenziamenti, ma mette in cassa integrazione a zero ore 24mila lavoratori. In realtà, è un preavviso di licenziamento.

L’aut-aut si sposta dalla società al conflitto di fabbrica e ricade interamente sul sindacato e sui lavoratori. Anche la forma di lotta diventa obbligata: o subisci il violento sopruso e la cacciata dalla fabbrica di 24mila lavoratori, con la definitiva divisione tra salvati e persi, o tieni tutti i lavoratori uniti nel solo modo possibile, il solo modo possibile è rimanere tutti fuori dalla fabbrica, è quello di presidiare i suoi cancelli, per provare a ribaltare con la lotta la sentenza del padrone. Non c’era chi non vedesse la terribile difficoltà di quell’impresa, ma è stato un grande merito di quella compagine operaia, quello di aver scelto la via della lotta per loro e per gli altri. Si affacciava, anche nell’automobile, il tempo della fatturazione industriale, ma non si sarebbe dovuto confondere un disegno di lungo periodo dell’azienda per la demolizione del potere di contrattazione dei lavoratori con la crisi aziendale. C’erano, certo, anche problemi seri riguardanti la qualità delle vetture che la Fiat era venuta producendo, ma bisognava vedere che per l’azienda era diventato decisivo cambiare la composizione della compagine lavorativa, cacciando gli inabili, le donne, i combattenti e soprattutto, era diventato per lei decisivo riconquistare il comando, il monopolio del potere in azienda, ponendo fine al tempo in cui l’aveva dovuto condividere con i lavoratori.

Quella lotta del popolo ai cancelli alla Fiat ha sfiorato l’impossibile. Ha convinto per esempio il Segretario del Pci, Enrico Berlinguer, a differenza della grande parte del gruppo dirigente di quel partito, che attraverso quella contesa stava riemergendo il grande tema delle radici di classe delle scelte politiche e delle radici di classe di una forza di sinistra. Quella lotta ha dato vita a un’esperienza di resistenza e di solidarietà di classe che resterà per chi, anche nei tempi più diversi e nei luoghi più lontani, riproverà a non accettare l’ingiustizia e il prepotere, anche quando i portatori dell’una e dell’altro sembrano essere invincibili, e in quel momento può persino essere che sia così. Ma non è detto che tutto ciò debba essere considerato ineluttabile, anche perché, quando accade che lo sia, questo può determinare conseguenze sociali, di democrazia e di civiltà, che poi pagheranno in tanti e per tanto tempo. Da noi, questo tempo non è ancora finito.