Il suo è ricordo prezioso, che intreccia riflessione storico-politica e la testimonianza personale di un rapporto protrattosi nel tempo. Cesare Romitiraccontato” da Piero Fassino, dai giorni della lotta alla Fiat ad oggi. Una storia italiana fatta di rispetto reciproco, di avversari che non si consideravano nemici, di scontri di idee e di visioni con al centro una questione che oggi come allora, ha una valenza centrale: il lavoro.

Cosa ha rappresentato Cesare Romiti per la storia dell’imprenditoria italiana e più in generale per il Paese?
Romiti è stato il capitano d’industria che ha gestito la più grande ristrutturazione industriale che il Paese abbia conosciuto nel dopoguerra: quella che investì la Fiat negli anni ’80 e che rappresentò, in qualche modo, uno spartiacque. Quella fu l’ultima lotta sindacale di un lungo ciclo iniziato alla metà degli anni 60, e Romiti fu il capitano d’industria che obbligò il sindacato a fare i conti con la globalizzazione e le sue conseguenze sul sistema industriale italiano.

È utile riandare a quel momento. Tra qualche settimana, si celebrano i quarant’anni dai 35 giorni di lotta alla Fiat nel 1980. Come si arrivò a quella lotta così aspra ?
Alla fine degli anni 70, la Fiat è, tra i grandi produttori automobilistici, quello in condizioni di maggiore debolezza e fragilità, con minore livello di produttività, con un minore livello di utilizzo degli impianti, con una riduzione delle quote di mercato, e con costi di produzione più alti, unitamente a una linea di prodotto vecchia e non competitiva. Tutto questo precipita tra la fine del 1979 e il 1980, fino al punto che nei primi mesi del 1980, Umberto Agnelli che in quel momento ha la guida dell’azienda, chiede al governo di svalutare la lira per facilitare le esportazioni e così superare una crisi di mercato che la Fiat sta conoscendo, e al tempo stesso annuncia provvedimenti di cassa integrazione molto pesanti per oltre 78.000 lavoratori. A quel punto, di fronte a una crisi così acuta, anche su sollecitazione di Cuccia, l’avvocato Agnelli prende una decisione radicale, e cioè chiede a Umberto Agnelli di farsi da parte e affida l’azienda a Romiti, il quale mette in campo una ristrutturazione molto pesante, che passa per una consistente riduzione di manodopera, riorganizzazione degli stabilimenti, riorganizzazione della produzione. A fronte di questa strategia, il sindacato ha una reazione puramente difensiva: denuncia, in modo politico, l’attacco dell’azienda ai diritti dei lavoratori, ma si rifiuta di vedere che, in realtà, quella in atto è una crisi strutturale e non congiunturale. E una crisi strutturale chiede di essere affrontata con una ristrutturazione vera e profonda dell’azienda. Di fronte al rifiuto del sindacato di misurarsi con la necessità della ristrutturazione, Romiti prende una decisione radicale: il 5 settembre del 1980, annuncia 14mila licenziamenti, che sono uno shock tremendo. Torino era stata fino a quel momento il simbolo del lavoro, una delle grandi capitali industriali del Nord verso cui si emigrava perché lì c’era lavoro. Una città nella quale la piena occupazione era un dato strutturale ormai acquisito. E l’azienda che di quella certezza di lavoro è più di ogni altro l’espressione, annuncia improvvisamente 14mila licenziamenti. Una misura radicale, molto dura e aspra, che suscita naturalmente una fortissima reazione, non solo sindacale, ma anche della società italiana e dell’intera città che vive i licenziamenti come uno sfregio. La reazione del sindacati e dei lavoratori è di passare immediatamente a una forma di lotta molto dura, il blocco di tutti gli stabilimenti. Romiti confesserà in scritti successivi, che di fronte ad una reazione così dura del sindacato e così ampiamente sostenuta, ebbe un momento d’incertezza, chiedendosi se il passo che aveva fatto non fosse troppo lungo. E probabilmente, fu quella incertezza a convincere lui e l’avvocato Agnelli a prendere la decisione di ritirare i 14mila licenziamenti, sostituendoli con la cassa integrazione a zero ore per 23mila lavoratori. Di fronte a questo cambiamento, che avviene peraltro all’indomani della visita di Berlinguer agli stabilimenti della Fiat, il sindacato compie un errore tragico…

Quale?
Non capisce che passare dai licenziamenti alla cassa integrazione rappresenta un cambiamento di fase. Perché una cassa integrazione, anche a zero ore, non è un licenziamento; un lavoratore in cassa integrazione rimane dipendente dell’azienda, il licenziato no. E di fronte a questo cambiamento, dal vertice nazionale dei sindacati, da Lama, da Trentin, da Garavini, da Carniti, da Benvenuto, viene la sollecitazione a cambiare le forme di lotta, interrompere il blocco ad oltranza della produzione e passare ad una lotta più articolata, con l’obiettivo di convincere l’azienda a trasformare la cassa integrazione a zero in una cassa integrazione a rotazione, in modo tale che non siano sempre gli stessi lavoratori a esserne colpiti. Quel cambiamento di passo, il sindacato non lo fa. L’Flm e il sindacato torinese confermano il blocco della produzione e degli stabilimenti.
Questo determina un mutamento di clima: quella solidarietà corale della città s’incrina, la solidarietà ampia che nel Paese aveva raccolto la lotta alla Fiat vacilla, la lotta s’indebolisce, e Romiti e il gruppo dirigente Fiat colgono che nel mutamento c’è uno spazio. E lo spazio è quello di assecondare l’emergere di un movimento di protesta, formato soprattutto dai quadri intermedi, ma anche da un pezzo dei lavoratori, che non hanno condiviso il blocco degli stabilimenti ad oltranza, e cominciano a manifestare questa avversità convocando una grande assemblea, il 14 di ottobre, al Teatro Nuovo. La partecipazione a questa assemblea è così grande – il teatro contiene 1400 persone e se ne presentano 30-40mila – che anziché fare l’assemblea, la manifestazione si traduce in una grande marcia per le strade di Torino, ed è quella che poi passerà alla storia come la “Marcia dei 40mila”, che segna la fine di quella lotta. A quel punto la dirigenza sindacale nazionale, Lama in primo luogo, capisce che bisogna prendere in mano la cosa e con la mediazione del governo si avvia un negoziato che si conclude con un accordo che prevede la cassa integrazione a zero ore per i 23mila dipendenti, e per questa ragione viene vissuta dal movimento come una sconfitta e dalla Fiat e da Romiti come una vittoria. Quel passaggio permette negli anni successivi alla Fiat di rilanciarsi e di uscire dalla crisi acuta che l’aveva investita in quegli anni. Ci sono stati invece altri passaggi “meno felici” della esperienza di Romiti alla guida della Fiat, in particolare lo scontro con Ghidella, con l’allontanamento di quest’ultimo, scelta che rappresentò un vulnus significativo per la Fiat, perché Ghidella aveva rinnovato tutta la gamma di prodotto, rilanciando così sul mercato la competitività dei prodotti Fiat. Era l’uomo della produzione, mentre Romiti, uomo più di finanza, non aveva la stessa sensibilità sui temi della produzione. L’altro passaggio “meno felice”, connesso a questo, è che Romiti coltiva e persegue un disegno di diversificazione del profilo della Fiat, investendo in altri settori come la finanza, le assicurazioni, i servizi, l’alimentare ed altri ancora. Questa scelta alla lunga non si rivelerà felice perché le conseguenze saranno che si indebolirà la capacità della Fiat di investire fortemente sull’auto per rinnovare la propria produzione e quindi restare al passo con gli altri produttori, e contemporaneamente negli altri settori in cui investe, la Fiat non diventa in ogni caso leader, ma vi si aggiunge. In ogni caso, non c’è dubbio che Romiti abbia rappresentato un pezzo fondamentale della Fiat e dell’impresa italiana e ha segnato con il suo modo di essere, molto rude, molto rigoroso, molto rigido quando era necessario, il profilo dell’azienda e dell’impresa italiana. Non va dimenticato mai che tutto questo avviene negli anni di piombo, in un contesto cge rende tutto molto più complesso e più difficile, perché prima della lotta dell’80, c’è dal 1976-77 fino al 1980, un quinquennio in cui al Fiat è uno degli epicentri dell’offensiva terroristica, con attentati, minacce, intimidazioni, ferimenti e uccisioni in una sequenza impressionante, che culmina nell’ottobre del ’79 con l’assassinio dell’ingegner Ghiglieno, quando Romiti decide, come reazione, di licenziare 61 lavoratori considerati estremisti e potenzialmente corrivi del terrorismo. Nel comportamento e nella rigidità di Romiti c’è anche questo, la reazione a un’offensiva che mette in discussione l’azienda, la sua gerarchia, il suo funzionamento.

Dal punto di vista dei rapporti con la sinistra, e in essa con la sua principale forza, il Pci, che ricordi ha di Romiti?
Il nostro primo incontro fu all’inizio del 1978. Annibaldi mi disse che Romiti voleva conoscermi, io a quel tempo ero il responsabile fabbriche del Pci torinese. Ci incontrammo nel suo ufficio in Corso Marconi. Mi ricordo che entrai e lui mi disse, diretto: “l’avvocato mi ha detto che se voglio capire cosa pensano i comunisti di Torino devo parlar con lei”. Ci fu una lunga conversazione, il cui tema centrale fu, visto il momento, l’offensiva terroristica, come contrastarla, come rispondere. Poi da lì è iniziato un rapporto di interlocuzione tra noi, naturalmente in collocazioni opposte, che è continuato nel tempo. Era una interlocuzione che era fondata su una empatia umana e al tempo stesso su una curiosità reciproca, perché a me interessava molto cosa pensasse l’uomo che stava guidando la Fiat, e a lui cosa pensavamo noi, cosa pensava il principale partito che rappresentava i suoi lavoratori. Anche durante la lotta dell’80, in cui io ero tra quelli che sostenevano, in una posizione minoritaria, insieme a Gerardo Chiaromonte, al Pci torinese, a Lama, a Trentin, che bisogna fare i conti con la ristrutturazione della Fiat e che la linea della sua negazione, che aveva intrapreso il sindacato, era una linea difensiva che ci avrebbe portato a sbattere, come in effetti avvenne. Tanto è vero che, avendo contezza che la crisi stava maturando, tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 organizzammo una grandissima conferenza nazionale del Pci sulla Fiat che venne conclusa da Lama e Berlinguer. La preparammo io e Napoleone Colaianni, con un documento molto analitico che dimostrava, dati alla mano, la profondità della crisi della Fiat, e che dunque rendeva evidente l’ineludibilità della ristrutturazione dell’azienda. Quella nostra analisi, che tra l’altro Romiti apprezzò molto – me lo disse anche personalmente – contribuì a far sì che la nostra interlocuzione continuasse anche nelle settimane della lotta. Cercammo anche di capire se c’era uno spazio di mediazione che potesse essere ragionevolmente accolto sia dall’azienda che dai sindacati, ma l’intransigenza e l’asprezza dello scontro furono tali che quel tentativo non riuscì. Di alcuni di questi colloqui e incontri, lui dette poi testimonianza in alcuni libri che ha pubblicato, nell’intervista che fece con Pansa ci sono numerosi passaggi in cui Romiti cita i nostri incontri. Politicamente non era certo un uomo di sinistra, però Romiti era un uomo molto pragmatico, non aveva pregiudizi ideologici, guardava con attenzione a tutti, e al Pci per la forza che in quel momento aveva, stimava Berlinguer, anche se la vicenda della sua presenza ai cancelli della Fiat portò qualche mese dopo a un urto pubblico tra i due: nella Conferenza della Confindustria a Firenze, a cui Berlinguer era stato invitato, Romiti che era lì, nel corso del suo intervento, polemizzò esplicitamente contro la presenza di Berlinguer ai cancelli della Fiat. Romiti aveva rapporti con Chiaromonte, con Lama… Ovviamente un grande capitano d’industria che dirige la più grande azienda del Paese, ha interesse e coltiva relazioni e rapporti pur nell’assoluta distinzione delle funzioni e delle opinioni.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.