È morto Cesare Romiti, aveva 97 anni, è stato di certo il più importante dirigente d’azienda della storia italiana, ha guidato la Fiat, da sovrano, per 25 anni, dal 1976 fino alla fine del secolo, ha ottenuto risultati clamorosi, ha sconfitto tanti avversari interni, ha tenuto sotto il suo potere anche Gianni Agnelli, ha battuto i sindacati e ha pareggiato coi Pm. Ha una storia ricca davvero di intuizioni, di decisioni e di successi. Ha imposto all’Italia due svolte: quella del 1980, quando ha posto fine al compromesso storico, dando scacco a Berlinguer, alla Dc, e alla potenza del sindacato; e poi quella del 1992-1993, quando ha dato il via libera al pool dei Pm di Milano e all’annientamento della Prima repubblica. Romiti ha cambiato l’Italia, in modo netto, radicale. In meglio? Può darsi. Più probabilmente in peggio.

Romiti è nato a Roma nel 1923. Il padre era povero e morì giovane, a 47 anni. Cesare lavorava la sera come garzone, per portare qualche soldino a casa, e poi di giorno andava a scuola. In classe, al banco vicino al suo, c’era un ragazzino con gli occhi celesti che si chiamava Mario Schimberni. Erano due secchioni, primo e secondo della classe. Mario era secondo. Si persero di vista, con la guerra. Poi, negli anni ’50 si ritrovarono e Mario lavorò con Cesare alla Bomprini Parodi Delfino, fabbricone chimico a Colleferro, due passi da Roma. Inizio di una bella carriera: negli anni Settanta diventò presidente di Montedison e poi di Ferrovie. Un trionfo, ma sempre un passo indietro a Cesare.

Cesare si laurea in economia, subito dopo la guerra, inizia la corsa a Colleferro, poi conosce Enrico Cuccia, il re di Mediobanca e della Finanza italiana, che lo prova e lo riprova al vertice di varie aziende.

Entra in Fiat, spinto sempre da Cuccia, che lo impone a Gianni Agnelli, nel 1974, a 50 anni e da quel momento diventa imperatore. Nel ‘76 Agnelli gli assegna l’incarico di amministratore delegato ma in comproprietà con Umberto Agnelli e Carlo De Benedetti. A far fuori De Benedetti, che gli sta parecchio antipatico, Cesare ci mette tre mesi. Un record. Per liberarsi di Umberto, che è anche proprietario, ci mette un po’ di più: un anno. Poi è Cuccia che parla con Gianni e glielo dice senza perdersi in diplomazie: “Leva tuo fratello di lì, sennò le banche non ti daranno più soldi. Nessuno si fida di Umberto: dai le chiavi a Romiti”.

Siamo alla vigilia degli anni ’80 e Romiti inizia ad indovinarle tutte sul piano finanziario e sul piano della produzione. La Fiat è in crisi, le auto vanno male, ci sono i debiti, c’è Gheddafi tra gli azionisti, c’è la crisi petrolifera, c’è la ricerca e l’innovazione che balbettano, c’è il potere degli operai che negli ultimi 12 anni è cresciuto in modo esponenziale.

Romiti, però, è un tipo che ha una certa fortuna. Agnelli gli dà un compagno di banco che forse è un genio. Romiti lo odia, non lo sopporta, però è lui, il compagno di banco quello che si intende di macchine. Si chiama Vittorio Ghidella e inventa modello dopo modello la risalita della Fiat sul mercato. La Tipo, la Uno, la Thema, la Croma, poi la 164 dell’Alfa Romeo: era dai tempi della 600 e della 1100 che la Fiat non indovinava tanti modelli e non dava tanti punti di distacco ai concorrenti stranieri.

Ghidella è convinto che il futuro dell’azienda sia tutto nelle automobili. Romiti pensa in grande, pensa alla holding, pensa al mercato internazionale, alla finanza, alle alleanze, pensa a imbrigliare la politica e poi – lui più di chiunque altro nel dopoguerra – pensa a come si fa a ridurre i costi.

Per guadagnare, pensa, la cosa migliore è tenere alta la qualità e basso il costo del lavoro: meno operai, meno pagati, con meno diritti. Qualcosa si frappone tra Romiti e la sua strategia? Sì, Ghidella e i sindacati. Eliminare questi due ostacoli è più dura di quanto sia stata l’impresa di liberarsi di De Benedetti e di Umberto, ma Romiti ce la fa anche stavolta. I sindacati li abbatte nel braccio di ferro del 1980, Ghidella invece se lo tiene qualche anno, perché gli serve, poi quando pensa di poterne fare a meno lo licenzia.

Difficile però risolvere la storia del 1980 in due righe. Succede di tutto in quell’anno. In Italia, e nelle relazioni industriali, e in quelle sociali, e nella struttura dell’economia e della società. Fino al 1980, a partire da metà degli anni Sessanta, i salari erano in continuo aumento e i profitti si riducevano. Dal 1980 la tendenza si inverte. E tutto avviene attorno ai mesi di settembre e ottobre. Il 5 settembre Romiti annuncia il licenziamento di 14 mila operai. I sindacati reagiscono con furia. ¡No pasarán! Si arriva allo sciopero ad oltranza. Il partito comunista, che fino a qualche mese prima aveva più o meno guidato una coalizione di governo riformista, con la Dc e il Psi, e che aveva spinto per una linea di rigore economico, anche chiedendo sacrifici agli operai e ai lavoratori (sacrifici economici in cambio di potere e uguaglianza) cambia bruscamente linea. La svolta la guida personalmente Berlinguer, ed è proprio lui che va davanti ai cancelli della Fiat, da leader descamisado, prende in mano un microfono, sale su un palchetto e proclama: il partito comunista è con voi, se volete occupare la fabbrica sapete che siamo al vostro fianco.

Muro contro muro. Trema il palazzo, trema l’Italia, tremano le borse. I sindacati e il Pci hanno in mano tante leve. La Dc barcolla, si fa da parte. Romiti non si impressiona: linea dura. E il 14 ottobre le strade di Torino si riempiono di migliaia di impiegati e quadri Fiat che, per la prima volta forse da sempre, sfilano contro gli operai. Basta picchetti. Vogliamo trattare con l’azienda.

Ha vinto lui. Il mitico sindacato di Lama, Benvenuto e Carniti è costretto a piegarsi e a avviare un negoziato. Col coltello dalla parte della lama. Per il Pci è una sconfitta storica dalla quale non si riprenderà più. La strategia del compromesso storico è in soffitta. Romiti la rivendicherà questa vittoria. Dirà che è stato lui a riportare alla luce parole come concorrenza, merito, produttività, efficienza. In tre anni, da quel 1980, ottiene una riduzione del personale di un terzo: da 300 mila a 200 mila. La Fiat vola. Con le macchine e l’ingegno di Ghidella e coi muscoli e le idee chiare di Romiti. Agnelli è contento, Cuccia è contento.

Tutto merito di Romiti? Beh, non è proprio così. Se scorrete meglio gli annali della storia scoprite che due mesi dopo la vittoria della Fiat si vota in America. Ronald Reagan sconfigge Jimmy Carter con un risultato clamoroso: 44 milioni di voti contro 35 milioni. 489 grandi elettori contro 49. Una disfatta per i democratici. È il 4 novembre. Beh, il 4 novembre del 1980 finisce il lungo periodo della “nuova frontiera” e del new deal, iniziato prima ancora di Kennedy, con Roosevelt negli anni Trenta e durato mezzo secolo anche durante gli anni repubblicani, con Eisenhower, Nixon e Ford. La grande borghesia americana ne ha abbastanza di welfare e di diritti dei “negri”. Di sindacati e di assistenza. Stop: concorrenza e nuovo liberismo. E si affida a Reagan.

In agosto il primo colpo ad effetto: dalla mattina alla sera 13 mila assistenti di volo licenziati perché scioperavano. Altro che Romiti. È iniziato il reaganismo e nessuno può credere che il reaganismo si ferma sulla battigia dell’oceano. Si espande, travolge l’Europa, sottomette l’Italia. Romiti ha gioco facile.

Il declino della Fiat inizia sei o sette anni dopo. Proprio con il licenziamento di Ghidella e la fine della pacchia. Agnelli dirà: la festa è finita. Iniziano le lotte di potere, le randellate. Romiti è il più bravo in queste cose. Tiene in pugno anche la politica. L’unico che gli sfugge è Craxi. Craxi va per conto suo. Non ci sono grandi dissensi ideologici, con Romiti, ci sono due idee di fondo che collidono. Craxi è l’ultimo politico rimasto sulla scena che crede davvero all’autonomia della politica. Vuole tenerla sul trono. Romiti vuole fare a pezzi quel trono, e prenderlo lui quello scettro. È convinto che il comando spetti a chi dirige la produzione, non a chi fa chiacchiere e blatera di Proudhon. Sapete chi vince? Si, lo sapete.

Arriva il 1992 e i magistrati provano l’assalto al Palazzo. Li manda qualcuno? Non credo. Non so. Immagino di no, penso che partano da soli. Però da soli non possono farcela. Borrelli, Di Pietro, Colombo. Possono quei tre o quattro magistrati rompiballe fronteggiare la politica e il potere economico e i giornali e gli intellettuali e tutto il resto? No, ma c’è una via d’uscita. Il 17 ottobre molti giornalisti raccolgono la notizia che è imminente l’arresto di Romiti. Molti industriali sono già in prigione. Alcuni si sono suicidati. Ci sono stati una quindicina di suicidi tra politici e imprenditori. I più famosi sono quelli del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari e quello di Raul Gardini. In prigione ci sono anche dirigenti Fiat. Altri sono latitanti, in fuga. Il 24 febbraio Romiti, forse dopo trattative che noi non conosciamo, firma la resa. Una lettera pubblicata sul Corriere della Sera nella quale invita tutti a collaborare coi Pm. Diciamo pure a sottomettersi. La Fiat esce immediatamente dal raggio delle indagini. Quasi tutti i giornali italiani, guidati dal Corriere, sono messi al servizio del pool dei Pm. È la seconda svolta protetta o guidata da Romiti dopo quella di 13 anni prima. Rasi al suolo la Dc, il Psi, danneggiato l’ex Pci, ridotta alla schiavitù la libera stampa.

Poi arriva Berlusconi. E per Romiti inizia un lento tramonto. Berlusconi toglie il comando della borghesia al gruppo torinese. Molti sono convinti che la sua fu una svolta a destra. Non è vero. La vecchia borghesia radunata attorno a Agnelli e Romiti era molto più feroce, reazionaria. Per questo, anche, non accettò mai Berlusconi come nuova guida e gli scagliò contro tutto quello che poteva. A partire dai Girotondi.