Politica
Quel 21 aprile di trent’anni fa, quando vinse l’Ulivo. Che fine ha fatto la sinistra riformista
Trent’anni fa vinse l’Ulivo. Era il 21 aprile 1996. Un’altra era, un altro mondo. Suonerà banale dirlo, ma da allora è cambiato tutto, anche nella politica. E se all’epoca sapevano tutti che per vincere le elezioni bisognava contendere il consenso al centro, oggi la polarizzazione funziona al contrario. A chi la spara più grossa, a chi riesce a scavalcare l’altro su posizioni radicali, alternative, antagoniste. Una deriva.
L’esatto opposto di quel che accadeva nell’aprile 1996, quando Romano Prodi venne chiamato dall’università di Bologna proprio per il suo metodo riformista: ascoltare tutti, mediare, tessere, unire.
Quel 21 aprile di trent’anni fa, quando vinse l’Ulivo
I protagonisti della cucitura, d’altronde, erano sintonici: dal Partito Democratico della Sinistra le due anime, quella di Massimo D’Alema e quella di Walter Veltroni, guardavano in fin dei conti, al netto di personalismi, nella stessa direzione. C’era il Partito Popolare Italiano (PPI) di Gerardo Bianco, la Federazione dei Verdi di Luigi Manconi, e formazioni come Rinnovamento Italiano (Lamberto Dini), UDEUR, i Socialisti Democratici di Enrico Boselli, i Cristiano Sociali di Pierre Carniti, il PRi di Giorgio La Malfa, la Rete di Leoluca Orlando. A guidare la comunicazione c’era un portento della comunicazione Rai, Roberto Morrione, scomparso prematuramente nel 2011. Fu lui il grande regista che seppe valorizzare, dalla sede del comitato elettorale, stabilita a Roma nel Palazzo delle Esposizioni, la campagna che vide il trionfo del centrosinistra moderato. L’idea generale era quella di proporre una classe dirigente euro-atlantica, in parte tecnica e in parte politica, immediatamente capace di assumere le responsabilità di guidare saldamente il Paese. Romano Prodi, Lamberto Dini, Arturo Parisi, Clemente Mastella parlavano alla borghesia media italiana più e meglio di quanto seppe fare il centrodestra di Silvio Berlusconi. E lo vinse sul suo stesso terreno. Riuscendo in una impresa unica, irripetibile. Già diversa da quella del 2006, con la quale L’Unione, non più Ulivo, vinse di stretta misura – con il Senato ristretto davvero – sul centrodestra.
Un centrosinistra che guardava al futuro
Da allora, gli interpreti del centrosinistra sono tutti cambiati. Alcuni, irrimediabilmente. Gli esponenti della Margherita, che riunì i “cespugli” in una esperienza guidata da Francesco Rutelli, oggi non parlano più di politica. Nel Pd le nobili tradizioni riformiste ebbero il loro giusto riconoscimento: nel 1996 era fortissimo Giorgio Napolitano, e dietro a lui la cordata dei miglioristi. Non a caso fu lui a diventare titolare del Ministero dell’Interno. Un centrosinistra che guardava al futuro e che non somigliava quasi per niente alla fotografia del campo largo di oggi. Lo riassume bene Arturo Parisi, tra i fondatori di quell’esperienza; «Il segreto fu l’unità attorno a un progetto comune. Oggi il Campo largo manca di una visione condivisa del futuro: è alleanza contro qualcuno, non coalizione con un’idea».
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