Non vi sembrano cifre e considerazioni sconvolgenti? Perché non succede, cioè non succede che si svuotino le carceri e si ristabilisca un discreto livello di civiltà?

Un po’ per la pigrizia della burocrazia e per il poco coraggio di alcuni magistrati. Un po’ perché l’impeto del senso comune giustizialista rende difficilissima una ragionevole politica carceraria. E su questo c’entrano molto la politica e soprattutto i giornalisti. La nostra categoria professionale, forse, è la più pericolosa: vive nella ricerca di chi si può mettere in prigione, nella speranza che più gente possibile sia ingabbiata, e nella corsa spasmodica a trovare casi clamorosi da raccontare sui giornali, di persone che avrebbero potuto stare in carcere e invece -maledizione – non ci stavano. Pensate allo scandalo sollevato nei giorni scorsi per un permesso premio concesso dopo un quarto di secolo a quelli della “Uno Bianca”.

Poi c’è un secondo dato molto inquietante. Quello del 41 bis. Sapete che il 41 bis è un regime carcerario speciale, che anche i magistrati chiamano “carcere duro”. Siamo nel 2020, non siamo nel Settecento. Eppure in Italia esiste ancora il carcere duro, dove le condizioni di vita violano ogni principio costituzionale e si fanno beffe della dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. Beh, ci sono più di diecimila persone che vivono al carcere duro. 10 mila, evidentemente, vuol dire che non sono solo boss mafiosi o terroristi. Ci sono tra loro, inevitabilmente, anche condannati (o sospettati) per reati minori. Manovalanza. Probabilmente anche una discreta percentuale di innocenti.

Perché li hanno messi al carcere duro? Per puro sadismo? Forse in parte è così. In parte invece il motivo è un altro: farli parlare, confessare, accusare i complici. Non tutti sono in grado di reggere il 41 bis. E non tutti, tra quelli che parlano, dicono la verità. E comunque, è legittimo, in un paese democratico davvero, usare il carcere duro come strumento di indagine? Non è un metodo molto, molto vicino al metodo della tortura?