Della Casa circondariale di Cassino, che come Consigliere regionale ho visitato nei giorni scorsi, la cosa più difficile da dimenticare sarà il freddo. Un freddo pungente e umido che penetra negli infissi, passa per i corridoi e si infila nelle celle, da cui gli ospiti si difendono con maglioni, felpe di pile e cappellini di lana e che nell’isolamento raggiunge l’apice facendosi gelo, al punto da far sembrare incredibile non soltanto che qualcuno possa viverci dentro ventiquattr’ore al giorno, ma anche che qualcun altro possa lavorarci. Un’ora e mezza al mattino e un’ora e mezza al pomeriggio: questi gli orari di accensione dei termosifoni in una struttura che è tutta infiltrazioni e spifferi, e che sembra letteralmente cadere a pezzi. Letteralmente, dico, perché un’ala intera del carcere è sprofondata lo scorso mese di marzo, col conseguente trasferimento ad altri istituti dei detenuti che vi alloggiavano, e da allora è rimasta chiusa in attesa delle decisioni del caso su un eventuale ripristino o sulla definitiva demolizione.

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Oltre a questo, che già di per sé non è affatto poco, tutti i problemi purtroppo comuni ad altre carceri: un notevole sovraffollamento (i detenuti sono sei o sette per stanza, e perfino fare in modo che possano mangiare tutti insieme diventa un problema); il personale della polizia penitenziaria in forte sottonumero rispetto a quanto sarebbe necessario (si parla di alcune decine di persone, non di quisquilie) e con un’età media piuttosto avanzata (circostanza che per un lavoro usurante come questo non è un dettaglio); la mancanza di strutture per garantire agli ospiti la possibilità di svolgere un minimo di attività fisica (non c’è una palestra, per raggiungere il campo da calcio sarebbe necessario passare per la parte inagibile e non è stato ancora individuato un percorso alternativo); la difficile gestione quotidiana dei detenuti con problemi psichiatrici da parte di personale che getta il cuore oltre l’ostacolo, ma avrebbe competenze e mansioni diverse; l’assenza di docce in cella e il conseguente disagio legato all’igiene personale, oltre che ai turni e al contingentamento dei tempi. È un problema, tra tutti gli altri, perfino il parcheggio per il personale che lavora nell’istituto, costretto ogni giorno a fare i salti mortali in giro per la città perché non esiste un’area dedicata.

Tutto ciò induce chi, come me, è investito di un potere ispettivo che coincide con una precisa responsabilità, a chiedere al Ministro della Giustizia Bonafede e al Capo dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Basentini che vengano risolte urgentemente le questioni più critiche, a partire da quella del riscaldamento; ma allo stesso tempo, in linea più generale, non può non suscitare una serie di (angosciose) riflessioni sul senso della pena che viene scontata in luoghi come questo. Non solo in relazione alla sua troppo spesso solo supposta (ancorché esplicitamente prescritta dalla Costituzione) finalità rieducativa, che di fronte a criticità del genere non è oggettivamente possibile espletare (nonostante la buona volontà e la dedizione di chi è chiamato ad attendervi), ma soprattutto in ordine al fatto, in posti come il carcere Cassino plasticamente evidente, che in condizioni simili la pena si moltiplica, perché alla detenzione si somma l’inadeguatezza della struttura, con tutte le problematiche che essa fa precipitare sulle persone. Mancano i fondi. Questa è l’affermazione che fa da chiosa a qualsiasi tentativo di dibattito sul tema. Ed è proprio in questa mancanza di fondi, che tradotta significa mancanza di volontà, di visione, di strategia, che sta il cuore del problema.

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Sulle carceri non si investe perché si decide scientificamente di non investire. O, per dirla meglio, perché le carceri non vengono percepite dalla classe politica di questo paese come luoghi di riscatto per le persone e al tempo stesso fabbriche di sicurezza per la collettività, ma in modo opposto: discariche sociali, luoghi di mortificazione umana, riserve di marginalità e di esclusione. Presidi che anziché provvedere al “reinserimento” di chi si è allontanato, commettendo un reato, dal cosiddetto “patto sociale” allargano e amplificano una forbice che arresto dopo arresto, detenzione dopo detenzione, finisce per trasformarsi inesorabilmente in un divario incolmabile. Anche per questo il freddo di Cassino è difficile da dimenticare: perché è la metafora di un freddo che pervade il rapporto tra la cosiddetta parte “sana” della società e le sacche di emarginazione che quella società prima contribuisce a produrre, e poi relega ciecamente nella sfera dell’irrimediabile. Un freddo che paralizza, in tutti i sensi.