Dopo giorni di anticipazioni e indiscrezioni, ora da mezzogiorno del 5 ottobre conosciamo le cifre shock degli abusi sessuali compiuti in Francia, nella Chiesa. Ora sappiamo che sono circa 216mila le vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici in Francia dal 1950 ad oggi. I dati sono contenuti nel rapporto della commissione d’inchiesta voluta dai vescovi e guidata da Jean-Marc Sauvé. Quest’ultimo, in videoconferenza, ha spiegato che il numero delle vittime potrebbe salire a 330mila se si includono gli abusi commessi dai laici.

Il rapporto si basa sugli archivi della Chiesa, dei tribunali e della polizia, nonché sulle interviste alle vittime, e afferma che circa 3.000 pedofili, due terzi dei quali sacerdoti, hanno lavorato nelle strutture ecclesiastiche in quel periodo. L’inchiesta è stata commissionata dalla stessa Conferenza episcopale nel 2018 a seguito di una serie di scandali in altri paesi, per verificare cosa fosse accaduto Oltralpe. Sauvé ha parlato di un fenomeno “di natura sistemica” e ha confermato che circa l’80% sono vittime di sesso maschile. «Le conseguenze sono molto gravi – ha detto Sauvé -. Circa il 60% degli uomini e delle donne che hanno subito abusi sessuali incontra rilevanti problemi nella vita sentimentale o sessuale». Il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, ha dichiarato: «Siamo allibiti, le loro voci ci stanno scuotendo, il loro numero ci affligge. Desidero chiedere perdono, perdono a ciascuno di voi». Tuttavia, al di là della questione dei risarcimenti alle vittime, pure presente, c’è un ulteriore aspetto rilevante, cioè la conclusione praticamente unanime della Commissione: la Chiesa non ha saputo vedere, non ha saputo sentire, non ha saputo captare i segnali e le vittime, quando parlavano, sono state criminalizzate e intimidite a loro volta.

Lo scandalo era già nell’aria da tempo. A marzo di quest’anno la giornalista francese Celine Hoyeau, caporedattore del quotidiano cattolico La Croix, ha pubblicato una dettagliata ricostruzione del sistema di abusi di potere – non solo abusi sessuali – attuato in diverse “nuove comunità”.  Espressione con cui si intendono le congregazioni religiose o i movimenti laicali approvati, nati dopo il Concilio Vaticano II per rispondere in modo aggiornato al desiderio di spiritualità e di una presenza significativa nel mondo. Non a caso il libro di Celine Hoyeau si intitola Il tradimento dei padri, cioè quei fondatori (“padri fondatori”), molti dei quali ancora in vita, capaci di soggiogare le persone usando forme di manipolazione (abuso spirituale) su adepti in questo caso già adulti. Ma non per questo forme meno gravi, in quanto diverse comunità sono state commissariate o sciolte. La Francia si rivela un altro paese in cui l’emergere degli abusi provoca una grave crisi di credibilità nei confronti dell’istituzione ecclesiastica. I metodi per insabbiare il fenomeno sono sempre gli stessi: spostare i sacerdoti da una diocesi all’altra o da una parrocchia all’altra, tacitare o colpevolizzare le vittime, denigrarle per minarne la credibilità, lasciar trascorrere il tempo per scoraggiare qualunque azione legale o giudiziaria. In Francia i casi attestati riguardano non solo ragazzi ma anche ragazze, seppure in una misura minoritaria ma non per questo meno significativa.

Tuttavia se pensiamo alla Polonia, agli Usa, alla Francia, alla Germania, a qualche vicenda ancora sporadica in Italia, e se guardiamo al lavoro della Commissione vaticana sugli abusi, si deve notare che il fenomeno è praticamente inarrestabile e sarà facile prevedere una valanga di situazioni per i prossimi anni. Non a caso Sauvé parla di “crisi sistemica”. E la crisi è davvero tale. Entra totalmente in crisi un modello di sacerdozio che riguarda sia i preti formati e ordinati prima del Concilio Vaticano II sia quelli formati dopo il 1965. Inoltre la sessualità del clero si rivela per quello che è: un problema irrisolto. E di fronte al calo delle vocazioni, è facile immaginare che le debolezze o i problemi di personalità dei candidati vengano giudicati o valutati con condiscendenza per non perdere una “vocazione” quando ce ne sono già poche. Il modello di Chiesa costruito dopo il Concilio fa perno sulla figura del sacerdote. Il laico, nonostante i proclami, può fare poco o nulla ed è “suddito” del sacerdote. Il quale a sua volta è formato per avere sempre ragione e per avere sempre l’ultima parola anche sulle questioni organizzative. Questo modello non funziona più, visti i risultati. Al momento però non c’è un altro modello perché la teologia del dopo-Concilio si è essa stessa incartata – vedere il Codice di Diritto Canonico – su un modello clericale, giustificato in tutte le maniere. Riconoscere l’errore o quanto meno l’esagerazione, sarà non solo doloroso, ma foriero di tendenze scismatiche o scissioniste.

Un bel problema di fronte al quale soluzioni precostituite non esistono. Un po’ come sta accadendo per il “Sinodo” e per la “sinodalità”. Due parole magiche per dire che ci vuole una corresponsabilità e partecipazione a tutti i livelli, ma se alla fine l’ultima parola spetta ai vescovi e ai sacerdoti, non si capisce a cosa serva. Papa Francesco apre una strada, però nessuno ha ancora capito come percorrerla, con quali tempi e modi. Non cosa, si badi bene, ma “come fare” perché andrebbero cancellate tutte le incrostazioni clericali di piccolo e grande livello che impediscono la partecipazione, il parlare chiaro, le decisioni coraggiose di fronte a una crisi di credibilità così ampia. Del resto la luce in fondo al tunnel non c’è. La formazione dei sacerdoti non è stata rinnovata, la psicologia entra nei seminari solo a piccole dosi e un eventuale altolà dello psicologo verso un candidato può venire tranquillamente superato dal parere del vescovo o del superiore religioso. E la “crisi sistemica” è destinata a proseguire.

Intanto stiamo a guardare cosa accadrà in Francia a partire da oggi. A novembre i vescovi si riuniranno in assemblea plenaria anche per discutere dei risultati della Commissione d’inchiesta. Ma un fatto è già sicuro: nessun cambiamento potrà avvenire a livello di procedure di selezione e formazione, se prima non c’è l’approvazione della Santa Sede. E abbiamo una Chiesa che gira a tre velocità: quella del Papa che pure – forse – vorrebbe se non accelerare, almeno – come dice lui – “avviare processi di cambiamento”. I quali se pure avviati, devono fare i conti con la velocità o la sordina degli uffici della Curia romana perché le Congregazioni sono competenti su tutte le decisioni concrete da attuare (o far fallire quelle che non piacciono). E poi la terza velocità riguarda i vescovi, nominati in base a criteri a volte niente affatto chiari e comunque capaci di rallentare, ritardare, oppure accelerare.

Ma in quest’ultimo caso le conferenze episcopali possono entrare in conflitto con la Curia romana, come accaduto un po’ ovunque nel mondo. E così si ritorna al punto di partenza di un infinito gioco dell’oca. Tanto ne va di mezzo la credibilità e a quanto pare ben pochi si rendono conto che tutte le soluzioni tentate non portano a risultati. La crisi è “sistemica” ma nessuno dei nostri protagonisti sembra aver mai letto von Bertalanffy (che ha studiato, appunto, la “teoria dei sistemi”) e von Glasersfeld che ha fatto toccare con mano come ci si costruisca una propria immagine della realtà (costruttivismo) e se non si usa il pensiero critico, si scambia la propria immagine o desiderio della realtà, per la realtà stessa, con conseguenze disastrose (come qui). Come uscirne senza studiare, senza decisioni coraggiose, senza un gruppo deciso a intervenire – non un papa da solo e neppure con uno sparuto gruppo di otto consiglieri?

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).