Pigiama a righe, volto con occhiaie ed eccessiva magrezza, una stella di David sul petto. È grazie agli effetti messi a disposizione da Tik Tok, il social preferito dai giovani per la pubblicazione di brevi video, che in mezzo mondo ha preso piede la #HolocaustChallenge. Migliaia di giovani, in sintesi, fingono di essere vittime della Shoah registrando brevi filmati in cui raccontano il punto di vista della vittima. Una challenge talmente virale e controversa da spingere il social network, al centro di una battaglia politica tra Cina e Stati Uniti, a disattivare l’hashtag.

L’obiettivo doveva essere, in linea di principio, quello di sensibilizzare sul tema dell’Olocausto, con risultati ambivalenti. Se in alcuni video, come fa notare il Museo di Auschwitz-Birkenau, sembrano effettivamente realizzati con l’intento di sensibilizzare gli spettatori, altri video sembrano invece ridicolizzare la tragedia.

Come sottolineato dalla storica Anna Foa all’Huffington Post, “la Shoah o si negava o si offendeva, qui siamo di fronte a una immedesimazione per gioco che in realtà prescinde dal vero. È il gioco delle vittime, il gioco dei morti che parlano. Che a me sembra l’opposto della memoria”.

Per le polemiche sollevate a livello internazionale, ora in caso di ricerca su Tik Tok dell’hashtag HolocaustChallenge l’app ‘risponde’ con un messaggio che sottolinea come “questa frase potrebbe essere associata a comportamenti che incitano all’odio”.

Ma il dibattito sulla HolocaustChallenge riguarda un tema più ampio, quello dei video Pov, acronimo di point of view, filmati in cui l’autore racconta l’esperienza di un’altra persona. Negli Stati Uniti problematiche simili erano nate per esempio con chi interpretava le proteste per il Black Lives Matter o per la violenza contro le donne.