“L’immagine del poliziotto che spinge il ginocchio sul collo di George Floyd mi ha ricordato l’epoca in cui vigevano le leggi Jim Crow, quando eravamo linciati solo per il fatto di stare camminando in strada, così solo per gioco”. Con queste parole Aliesh Pierce, afroamericana di Long Beach, ha commentato le violenze e le rivolte che si stanno susseguendo negli ultimi giorni negli Stati Uniti in risposta alla morte di George Floyd. Aliesh è una make up artist che gira il mondo truccando le star di tutte le nazionalità. I suoi genitori hanno vissuto l’epoca delle proteste per i diritti negli anni ’60 e oggi rivive quegli stessi sentimenti con le proteste attuali. “Quello che sta succedendo è una reazione all’essere stati marginalizzati per anni”, dice.

Aliesh fa riferimento alle Leggi Jim Crow che furono in vigore negli stati uniti dal 1876 e il 1964, da quando fu abolita la schiavitù in America e perdurarono per quasi 100 anni, norme che servirono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici. “Separati ma uguali”, era il motto che cancellava dall’ordinamento la parola “schiavo” e la sostituiva con “nero”, introducendo la possibilità del linciaggio per futili motivi e iniziative arbitrarie come il coprifuoco. Gli afroamericani non erano più schiavi e dunque non erano più proprietà privata e per assurdo la loro situazione peggiorò drammaticamente: non erano più tutelati e per questo venivano linciati dai bianchi anche per nessun motivo e nessuno lo impediva. In quel periodo ne morirono circa 6.000 in tutti gli Stati Uniti.

E’ stato proprio il suono dell’allarme che rimbomba per le vie di Philadelphia a far tornare alla memoria a Aliesh quelle leggi razziali. “Ero insieme ad altre 4 persone perché stiamo organizzando l’apertura di un nuovo centro estetico – racconta la make up artist – Mancava un quarto d’ora alle 18 quando è suonato l’allarme. Ci segnalavano che avevamo 15 minuti per tornare a casa perché poi iniziava il coprifuoco. Il problema della differenza tra i bianchi e i neri tocca concretamente la mia vita. Nella mia comunità siamo tutti gente di pace”.

Aliesh non sta fisicamente prendendo parte alle rivolte ma sta partecipando emotivamente e con un contributo economico. “Tutti noi dobbiamo protestare in qualche forma in questo momento”, dice. Aliesh è a Philadelphia da soli tre mesi, prima abitava a long Beach. Ha visto le immagini dei poliziotti che lì si sono inginocchiati e hanno solidarizzato con i manifestanti. Ha visto migliaia di persone, bianche e nere camminare insieme. “Vederli uniti finalmente mi ha molto commosso”.

“La cosa che più mi fa paura in questo momento sono i suprematisti bianchi che vanno in giro distruggendo tutto – dice – fanno ricadere la colpa sui neri, dicendo che sono loro a rovinare l’economia. E poi sono i suprematisti bianchi che inneggiano alla violenza e questo mi spaventa moltissimo”. E cita il presidente J.F. Kennedy che subito dopo la rivolta nell’università del Mississippi del 1962 disse: “Coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica renderanno inevitabile la rivoluzione violenta”: “Credo si estremamente attuale questa frase”.

Per la make-up artist poco o nulla è cambiato rispetto alle lotte che hanno fatto i suoi genitori negli anni ’60. “Il problema è lo stesso – dice – il modo non cambia. L’unica cosa diversa è la televisione, i social network, le immagini che riusciamo facilmente a vedere sotto i nostri occhi. Abbiamo visto la morte di George Floyd con i nostri occhi”. Gli Stati Uniti sono la sua nazione, è lì che è nata, ma dice che il divario tra bianchi e neri è ancora larghissimo. “Certo magari adesso ci apprezzano di più, alla gente piace la nostra cultura, ma non abbiamo guadagnato il loro rispetto. Piace come giochiamo a calcio, a basket, come cantiamo o balliamo, ma non c’è rispetto umano per la persona”.

Quindi gli Stati Uniti d’America, nonostante il primo presidente afroamercano, resta un paese razzista? “Assolutamente si, non potrebbe essere diversamente – dice Aliesh – Quelli di oggi sono i nipoti dei razzisti di un tempo. Finchè non troveremo un modo per unirci sarà sempre così. Però una speranza c’è: vedo più gente di colore nella polizia e in posti governo. Dobbiamo cambiare le cose da dentro, cercando di trovare pace con la vecchia mentalità”.