Lo scontro politico e ideologico tra Ernesto Che Guevara e Fidel Castro rappresenta uno dei nodi più complessi e controversi della storia della rivoluzione cubana. Per anni, la narrazione ufficiale dell’Avana ha minimizzato ogni divergenza tra i due leader, insistendo sull’idea di una fratellanza politica e personale rimasta intatta fino alla morte del Che.

Le profonde differenze sulla gestione interna di Cuba e il ruolo del Che

In realtà, già nei primi anni Sessanta iniziarono a emergere profonde differenze sulla gestione interna di Cuba, sul rapporto con l’Unione Sovietica e sul futuro dell’isola. Dopo il trionfo rivoluzionario del 1959, Guevara assunse incarichi di enorme responsabilità all’interno del nuovo Stato cubano. Fu presidente della Banca Nazionale e successivamente ministro dell’Industria, diventando uno degli uomini più influenti del governo rivoluzionario. Proprio in questa fase iniziarono ad affiorare le prime tensioni con Castro e con una parte crescente della dirigenza del Partito Comunista cubano. Il cuore dello scontro riguardava il modello economico da adottare.

La Cuba del Che e quella di Castro

Guevara immaginava una Cuba capace di emanciparsi rapidamente dalla dipendenza coloniale e monoculturale costruita nei decenni precedenti. Riteneva necessario accelerare il processo di industrializzazione dell’isola, creare un’economia diversificata e ridurre la dipendenza dalle esportazioni agricole, in particolare dello zucchero. Per il Che, la rivoluzione non poteva limitarsi a cambiare i rapporti politici mantenendo una struttura economica fragile e subordinata ai mercati internazionali. Castro, al contrario, considerò l’alleanza con l’Unione Sovietica il perno fondamentale per la sopravvivenza della rivoluzione. Mosca garantiva petrolio, armi, sostegno diplomatico e soprattutto acquistava lo zucchero cubano a prezzi favorevoli, permettendo all’economia dell’isola di non collassare. Ed è proprio qui che maturò la rottura più profonda con Guevara. Il Che guardava con diffidenza al sistema sovietico, che considerava burocratico, poco rivoluzionario e molto distante dagli ideali originari del socialismo. Castro, pur mantenendo una retorica rivoluzionaria, iniziò ad assumere posizioni più prudenti, sempre più condizionate dal rapporto con Mosca.

Il punto di non ritorno del conflitto con Castro

Il momento simbolicamente più duro dello scontro arrivò nel febbraio del 1965, durante il celebre discorso pronunciato da Guevara ad Algeri, in occasione del seminario economico afro-asiatico. In quell’intervento il Che criticò apertamente il blocco sovietico, accusando i Paesi socialisti di applicare nei confronti del Terzo Mondo le stesse logiche di “scambio ineguale” tipiche del capitalismo occidentale. Affermò che non poteva esistere vera libertà politica senza emancipazione economica e denunciò l’atteggiamento opportunista delle grandi potenze socialiste verso i Paesi poveri. Quelle parole provocarono un forte imbarazzo nella leadership cubana e irritarono profondamente Mosca. Al suo rientro all’Avana, Guevara comprese che il conflitto con Castro aveva ormai raggiunto un punto di non ritorno. Dopo un decisivo colloquio con Fidel, scomparve improvvisamente dalla scena pubblica. Nei mesi successivi lasciò tutti i suoi incarichi istituzionali, rinunciò perfino alla cittadinanza cubana e abbandonò l’isola per riprendere la lotta armata in Africa e in Bolivia.

Un cubano, la barba

Se fosse rimasto, avrebbe rischiato di fare la fine dei molti dissidenti, a cominciare dal suo compagno Huber Matos, il comandante dimenticato che trascorrerà lunghi anni in carcere per essersi opposto alla svolta filo-sovietica di Fidel. Oppure la fine di Camilo Cienfuegos, che morirà in circostanze mai chiarite in un incidente aereo nell’ottobre del ’59. Uno dei più importanti scrittori cubani, direttore del giornale Revolución, come Carlos Franqui raccontava, tra le varie follie vissute subito dopo la rivoluzione, l’aneddoto della barba. “Me la tagliai appena sceso dalle montagne perché a mia moglie non piaceva. Non averla lunga mi dava la sensazione, anche simbolica, di essere tornato alla vita civile, di essere un cubano come tutti gli altri. Ma Fidel non l’accettava, aveva dato ordine a tutti di tenere la barba lunga come segno di riconoscimento, non potevamo tornare ad una vita normale, lui aveva altri progetti”. “Lasciai Cuba — ricordava Franqui – perché non potevo essere libero, non potevo scrivere, pubblicare quello che volevo. A Cuba se non sei d’accordo con Fidel Castro sei un uomo morto. Non puoi lavorare, muori di fame. Prima venni destituito da direttore di Revolución, poi mi cacciarono da direttore del Museo d’Arte moderna”.

La morte del Che

La morte del Che, l’8 ottobre del 1967, pose fine alle polemiche pubbliche e congelò per decenni il dibattito sulle reali dimensioni del conflitto con Castro, sulle vittime del dissenso e sulle libertà negate. Il governo colse l’occasione e trasformò il Che in un simbolo universale della rivoluzione, come fece con Camilo Cienfuegos. Ancora oggi, sullo scontro tra Guevara e Castro non è possibile esprimersi a Cuba, perché ufficialmente non è mai esistito. Allo stesso modo non è possibile ricordare chi ha provato a parlare di sviluppo, libertà e indipendenza, a rischio della propria vita. La verità che racconta da sempre il regime è molto semplice. La natura delle diseguaglianze, della povertà e del sottosviluppo di questa meravigliosa isola si sintetizza in una sola parola: el bloqueo.