Scuola
Altro che stranieri, la vera emergenza scolastica è quella dell’edilizia
Il dibattito politico nostrano ha una straordinaria predilezione per le armi di distrazione di massa. In questi giorni le cronache sono monopolizzate dall’ennesima crociata identitaria: la soglia del 30% per la presenza di studenti stranieri nelle classi e le polemiche sull’abbigliamento delle studentesse musulmane. Eppure, sollevando lo sguardo dalle solite contrapposizioni ideologiche, la vera emergenza riguarda un altro tipo di tetto: quello fisico delle nostre scuole, sotto il quale milioni di studenti trascorrono le loro giornate.
Come lucidamente evidenziato su LavoriPubblici.it, l’arguzia del parallelismo tra “tetto agli alunni” e “tetto degli edifici” mette a nudo la stridente schizofrenia di un Paese che preferisce rincorrere lo spauracchio dell’“invasione” piuttosto che affrontare le carenze strutturali della propria Pubblica Amministrazione. Sul piano demografico e linguistico, i numeri smentiscono regolarmente la narrazione propagandistica. Gli studenti senza cittadinanza sono circa 930 mila (l’11% del totale), ma ben il 65% di loro è nato in Italia. Parlano l’italiano come madrelingua, frequentano i nostri quartieri e condivideranno il futuro economico di un Paese in drammatico calo demografico. Le classi che superano la soglia del 30% di studenti nati all’estero rappresentano un marginale 0,7%. Ridurre questa complessa dinamica d’integrazione a un mero problema di ordine pubblico o di bandiera significa ignorare che la vera sfida è l’inclusione culturale e il potenziamento delle politiche giovanili.
Ciò che invece dovrebbe scandalizzare un’opinione pubblica matura sono i dati del rapporto Ecosistema Scuola 2026 di Legambiente. A valle del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la fotografia del nostro patrimonio scolastico è sconcertante: il 57,2% degli edifici monitorati non ha ancora effettuato la verifica di vulnerabilità sismica e quasi un istituto su tre necessita di interventi urgenti. Un divario che diventa voragine nel Mezzogiorno, dove la percentuale di strutture a rischio sale al 45,2% al Sud e al 54,2% nelle Isole. Il problema, da prospettiva liberale e riformista, non è solo la quantità di risorse stanziate, ma la capacità amministrativa degli Enti locali di metterle a terra. Nel Meridione, a fronte di oltre 24 mila euro stanziati in media per edificio per la manutenzione straordinaria, ne vengono effettivamente spesi meno di 6 mila. La combinazione tra burocrazia macchinosa, carenza di competenze tecniche e lentezza nelle gare d’appalto vanifica gli sforzi finanziari, dimostrando quanto sia urgente una profonda riforma della macchina pubblica.
Nemmeno le risorse imponenti del PNRR, oltre 11,6 miliardi per più di 9.500 interventi, si sono rivelate una panacea immediata. Se i cantieri di manutenzione avanzano, la costruzione di nuovi edifici e asili nido stenta a decollare a causa dei colli di bottiglia autorizzativi e delle incapacità progettuali. A questa fragilità storica si aggiungono le sfide del cambiamento climatico. Le aule bollenti a settembre richiedono interventi strutturali di efficientamento energetico, non soltanto palliativi dell’ultimo minuto. In un’Europa che scommette sul capitale umano, sulla transizione ecologica e sul merito, l’Italia non può permettersi di rimanere ostaggio della demagogia. La vera priorità nazionale non è decidere quante sedie destinare a bambini che già si sentono italiani, ma garantire che il soffitto sopra quelle sedie non crolli. La sicurezza dei nostri figli e l’efficienza della nostra Pubblica Amministrazione sono i veri banchi di prova per la modernizzazione del Paese.
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