Michaela Biancofiore, deputata di Forza Italia, è cresciuta a pane e Procura. Suo padre Donato veniva da San Giovanni Rotondo dove era amico del padre di Giuseppe Conte, che faceva il segretario comunale in Municipio. Poi Donato, detto Nino, diventa direttore nella cancelleria della Procura della Repubblica di Bolzano e la famiglia si sposta: è in quegli uffici che la futura parlamentare azzurra ha trascorso l’infanzia. Laureata in giurisprudenza con una tesi su Genesi e prospettive dello Spoil system in Italia, Michaela Biancofiore ci racconta un episodio fino ad oggi strettamente riservato. «L’audio che ha pubblicato Il Riformista lo conoscevo già. Ne sono testimone diretta. Perché le stesse cose Amedeo Franco le disse a me».

Andiamo con ordine. Come eravate in contatto?
Avevo conosciuto all’università il giudice Amedeo Franco. O meglio il professor Amedeo Franco, che insegnava Diritto Costituzionale alla Libera Università del Mediterraneo, di Bari. È lì che mi sono laureata. Quando divenni sottosegretaria con il governo Letta, nel 2014, mi contattò e mi invitò a pranzo alla Casina Valadier, presso Villa Borghese a Roma.

Chi era presente?
Eravamo in tre; oltre a me c’era Amedeo Franco e un noto avvocato romano che il professor Franco conosceva bene e che fu il tramite per invitarmi.

Come lo ha visto?
Il professor Franco era un uomo mite, un buono. Forse perfino ingenuo, ma questo magari non lo scriva. Era un appassionato di diritto, un uomo dalla schiena dritta e dai principi morali rigorosi. Ma quella volta avevo davanti un uomo traumatizzato. Conosceva il mio rapporto di vicinanza con Berlusconi e mi aveva invitato per scusarsi con lui.

Ricorda le parole che usò?
Sì, perché sono quasi identiche a quelle che ho risentito in quest’audio. Disse che Berlusconi non andava condannato, che aver apposto la firma in calce a una sentenza già scritta era stato un dolore immenso. Parlò di una regìa che pilotava le indagini e faceva pressioni sulle sentenza. Era stato condizionato in tutti i modi e se ne era fatta una malattia, ma sentiva l’esigenza di confidarsi con me e di liberarsi di un peso sulla coscienza.

Cosa altro le disse?
Ricordo una frase in particolare che enunciò con gravità: «Tutti mi hanno contattato quando hanno saputo che ero nella commissione giudicante del processo Mediaset».

Cosa intendeva secondo lei quando diceva: “Tutti”?
Difficile dare l’interpretazione autentica di quella parola. Ma ripeté, guardandomi negli occhi, Tutti, mi hanno cercato tutti. E indicava con gli occhi verso l’alto.

Gli chiese perché alla fine firmò comunque la sentenza sui diritti Mediaset, e perché non abbia poi denunciato quelle pressioni?
Mi disse che era in attesa di ottenere un incarico al Csm, che era troppo condizionato. Di aver eccepito dei rilievi ma di essere stato messo a tacere. Era timoroso nel fare nomi. A quel punto mi ha ripetuto quello che abbiamo sentito nell’audio: «Davanti a queste cose mi vergogno di essere magistrato». Così ho messo insieme qualche elemento e ho capito che c’è un filo conduttore, una cabina di regìa precisa.

Qual è il filo conduttore?
Ricorda il fuorionda tra Fini e l’allora Procuratore capo di Pescara, Trifuoggi, su Berlusconi? Trifuoggi iniziò ad avere una attenzione selettiva che portò ad alcune indagini ben indirizzate. Nel 2012 ero una deputata tra le più vicine a Berlusconi, e mia madre che soffriva di Alzhaimer si ricoverò in una casa di cura in Abruzzo. Trifuoggi la fece indagare di gran carriera per averle trovato una svista sull’anagrafica di ricovero. “Truffa”. Mia madre aveva 77 anni e, appunto, un Alzahimer. Sbagliò nella compilazione dei dati del coniuge (conviveva con un compagno ma non erano sposati, ndr). Un atto gratuito e crudele che addolorò mia madre, morta poco tempo dopo. Ma che serviva.

A cosa?
Ad accreditare Trifuoggi. Perché la vicenda andò su tutti i giornali, regionali e nazionali, come una sfida tra lui e me. Era il 2012. Trifuoggi dopo quella campagna mediatica si accreditò politicamente al punto che il sindaco Cialente, Pd, lo volle come vice Sindaco de L’Aquila. Poi la cosa passò nelle mani di Paolo Ielo, che da persona seria qual è, ha archiviato. Perché esistono fior di magistrati corretti, e va detto. Ma tra il 2010 e il 2012 ci furono diversi casi di toghe particolarmente zelanti verso una parte politica, come ammette Amedeo Franco nel suo audio.

Ci fu il caso di Parma, oggi archiviato anch’esso.
Anche a Parma un Procuratore della Repubblica contro la giunta di centrodestra, tra il 2010 e il 2012. E appena il sindaco Vignali cade, quel Procuratore si candida al consiglio comunale con il Pd. I fatti parlano chiaro e sono sotto gli occhi di tutti. Anche a Matteo Renzi, ogni volta che alza il tiro sui magistrati, vanno a colpire la mamma o il papà, o tutti e due. Pur essendo di sinistra finisce anche lui nel tritacarne, perché è un garantista. La stessa logica perversa che colpisce Berlusconi può colpire chiunque si opponga al potere delle toghe.