La voce è sicura. Non ha esitazioni. «Sono innocente e spero di riuscire a dimostrarlo. Voglio lottare per avere giustizia, non soltanto per me ma soprattutto per l’ispettore Filippo Raciti». Antonino Speziale, oggi, ha 31 anni. Ha pagato il suo debito con la giustizia. Ma la sua giovinezza «è stata rubata – dice – il 2 febbraio 2007». Quando fuori dallo stadio “Massimino” di Catania, nel giorno del derby contro il Palermo, si scatena l’inferno. Lo scontro tra ultras e forze dell’ordine miete una vittima: si tratta dell’ispettore Filippo Raciti. A ucciderlo con un colpo di un sotto-lavello, secondo tre sentenze della magistratura, è l’allora diciassettenne Speziale. Che, però, si è sempre proclamato innocente.

Secondo la difesa dell’ex ultras catanese, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Lipera, Raciti sarebbe rimasto schiacciato dal Discovery della polizia in fase di retromarcia per sfuggire alle pietre e alle bombe carta dei tifosi. Una tesi, quella del fuoco amico, mai tenuta in considerazione dalla magistratura etnea nonostante la presenza di “lacune indiziarie”, come hanno scritto nero su bianco i giudici romani della Suprema corte di Cassazione. Che annullarono l’ordinanza di custodia cautelare. I pm etnei, però, trovarono un escamotage: derubricarono il reato da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, cioè oltre le intenzioni. L’indagine venne riaperta ma non venne trovato nessun altro indizio. Speziale venne poi condannato a otto anni e otto mesi. Ma a distanza di 14 anni da quel tragico 2 febbraio sono ancora tante le zone d’ombra.

Ad esempio le differenti versioni date dall’autista del Discovery Salvatore Lazzaro, l’incompatibilità dell’arma del delitto che secondo gli esperti non avrebbe potuto colpire a morte Raciti. E poi ancora: l’ispettore sarebbe stato colpito alle 19.06 e con quattro costole rotte e un’emorragia al fegato avrebbe continuato a lavorare, in quell’inferno, affrontando corpo a corpo gli ultras, fino alle 20.25. A supportare l’ipotesi dell’incidente, poi, ci sono i frammenti di vernice blu ritrovati dai Ris sugli anfibi di Raciti. Un blu che potrebbe essere compatibile con i colori istituzionali del Discovery. E più recentemente anche le testimonianze raccolte dalla trasmissione Le Iene di due soggetti che riferiscono in tal senso precisi episodi ora al vaglio della magistratura. L’avvocato Lipera ha chiesto la revisione del processo.

Speziale, cosa si aspetta adesso?
Chiarezza dei fatti.

Però per la giustizia il colpevole per l’omicidio dell’ispettore Raciti ha un nome e un cognome ben preciso. Il suo.
Sono vittima della mala giustizia. Mi proclamo innocente sin dal primo momento. Non ho ucciso l’ispettore Raciti. Anche se le carte dei magistrati dicono altro.

Eppure sono tanti i dubbi su quella sera.
Sì, è vero. Siamo essere umani e si può sbagliare. I giudici hanno commesso un errore.

Un errore che le è costato molti anni di reclusione. Come ha vissuto questo lungo periodo in carcere?
È stato difficilissimo. Ora sono assistito da uno psicologo che mi sta aiutando. La mancanza degli affetti è terribile. E poi trovarsi in carcere sapendo di essere innocente pesa ancor di più. Inoltre le condizioni di vita lì dentro sono tremende. Soprattutto in questo ultimo anno segnato dalla pandemia. Ci sono persone che anche se hanno commesso degli errori hanno diritto di essere trattati come esseri umani. Questo, per l’esperienza che ho avuto, non accadeva. Le carceri sono al collasso e lo Stato dovrebbe fare qualcosa. Dovrebbe aiutare le persone che hanno pagato il loro debito con la giustizia a reinserirsi all’interno della società, non lasciarli ai margini.

Teme di non tornare più a vivere normalmente? Di lavorare, crearsi una famiglia?
Per i tempi che viviamo non è facile trovare lavoro. I laureati faticano. Io non lo sono e anche se lo fossi sarei etichettato dalla società come l’assassino di Filippo Raciti. Il mio percorso carcerario non ha previsto un graduale reinserimento nella società.

Cosa l’ha spinta, in carcere, a non mollare?
La forza me l’hanno data i miei familiari, il mio avvocato e la consapevolezza di essere innocente. La voglia di dimostrare cosa è veramente accaduto quella sera. Spero di riuscirci.

Secondo lei, quindi, non è stata fatta giustizia?
No. Dobbiamo combattere per avere giustizia soprattutto per l’ispettore Raciti, per la sua famiglia. Chi sa dovrebbe parlare e secondo me le persone che sanno e non hanno mai parlato sono tante.

A distanza di molti anni qualcuno ha parlato. Grazie anche al lavoro de “Le Iene”. Che idea si è fatto di queste testimonianze tardive?
Grazie a Le Iene, adesso, le persone che credono alla mia innocenza sono molte di più. Hanno fatto vedere cosa è successo quei giorni. Al momento, però, di queste nuove testimonianze non ho voglia di parlare.

Pochi giorni fa è ricorso il quattordicesimo anniversario della morte di Filippo Raciti. Cosa le resterà per sempre di quella sera?
La confusione, il caos più totale. Mi porterò dentro per sempre il fatto che quella sera è morta una persona, un poliziotto nell’esercizio delle sue funzioni. La sera che ha segnato la fine della mia gioventù, nonostante io sia innocente.

Rimetterà mai piede dentro uno stadio?
Se si potesse fare ci andrei anche subito ma stavolta solo per guardare la partita. Errare è umano, perseverare è sbagliato.