La chiamano “La Pompei del ‘900” perché passeggiando per quelle strade deserte si possono scorgere gli ultimi attimi di vita prima che il terremoto del 1980 facesse abbandonare definitivamente Apice, piccolo borgo a pochi chilometri da Benevento. Fu proprio la scossa del 23 novembre 1980 a dare l’impulso finale all’abbandono di quel luogo rimasto oggi fermo a 40 anni fa. A 3 chilometri di distanza è stata costruita ex novo Apice Nuova, lasciando la ‘vecchia’, vuota, abbandonata, spettrale.

Il silenzio è l’unica cosa che si sente per le vie di quel borgo abbandonato simile al set di un film horror. Il vento fa sbattere qualche finestra e rompe ancora qualche vetro. Nella ‘zona rossa’ del paese ci sono ancora le macerie delle case distrutte dal terremoto e quel che resta di una vita attiva: la tavola imbandita in cucina pronta per la cena, gli armadi con i vestiti e le scrivanie piene di carte e giornali. Ci sono ancora gli affreschi intatti delle case più in vista e le scale accartocciate dal sisma. Tutto è rimasto fermo e immobile alle 19.34 del 23 novembre 1980.

Il Terremoto non provocò morti, solo qualche ferito e tanta distruzione. Apice vecchia era popolata ancora per metà. Il primo terremoto nel 1930 mise in dubbio la stabilità del paese costruito su falle idrogeologiche. Ma le persone continuarono a vivere lì. Poi nel 1962 un altro terremoto impose all’amministrazione comunale di iniziare ad evacuare il paese offrendo incentivi a chi costruisse e si spostasse nella zona nuova. “Fu una migrazione molto lenta e dolorosa perché gli abitanti amavano quei luoghi – dice Nino Cecere, assessore allo Sviluppo e Commercio del Comune di Apice – È lì che c’è la nostra storia”.

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La sera del 23 novembre 1980 in tanti erano ad Apice Vecchia. “Io stavo guardando la partita – racconta Giuseppe Sgueglia, ex abitante di Apice Vecchia – All’improvviso iniziò a tremare tutto. Il palazzo di fronte al nostro si sgretolò e tutti iniziarono a scappare gridando. Non tornò più nessuno lì”. “Io mi trovavo nel circolo dell’Azione Cattolica, stavamo trascorrendo una tranquilla serata tra amici suonando – racconta Cecere – Io e mio cugino eravamo sull’uscio perché stavamo fumando una sigaretta quando tutto iniziò a tremare. Dentro la sala i nostri amici gridavano e spingevano per uscire ma noi bloccammo la porta perché intorno a noi, nella zona di San Nicola, la parte più antica di Apice, tutti i palazzi si stavano sgretolando uno alla volta. Ci salvammo tutti per miracolo”.

Con l’abbandono di Apice si sono interrotte anche tutte le tradizioni che l’avevano resa nota. “Qui nasce un tipo di carne pregiata, la chianina, che poi qui si è estinta ed è diventata tipica della Toscana”, racconta Giuseppe. “Ogni mese si faceva la fiera degli animali – racconta Fedele Fierro, ex abitante di Apice Vecchia – Era la più importante della Campania, c’era sempre tanta gente. Che dolore è adesso vedere il paese completamente vuoto, sapeste quanta gente c’era prima!”

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.