Durante la quarantena è stata ripresa, ma non sempre in modo appropriato, la antica contrapposizione tra “apocalittici e integrati”, formulata da Umberto Eco in un celebre libretto nel 1964. Gli apocalittici, ostili alla crescita, in questi mesi erano quelli contenti che il mondo si fermasse per un po’ (e che nelle grandi città si fossero svegliati dagli uccellini), gli integrati, ostinatamente fiduciosi nelle magnifiche sorti, paventavano il crollo della domanda di consumi. Ma quella contrapposizione di Eco solo in parte riformulava la seicentesca querelle des Anciens et des Modernes. Riguardava invece un oggetto preciso: la cultura di massa, l’industria culturale (allora in espansione), e il giudizio che ne davano gli intellettuali; sprezzantemente aristocratico o simpateticamente indulgente. Mi è venuta voglia di rileggere quel libretto (il cui titolo, entrato nel senso comune, venne imposto dall’editore). Tento ora di metterne in evidenza, sinteticamente, indubbi pregi e però anche una pericolosa deriva sulla quale Eco stesso, divenuto con l’età “apocalittico”, ha fatto ampia autocritica.

Apocalittici e integrati, nato nella costellazione del Gruppo 63 (antitradizionalismo, attenzione a volte un po’ acritica al nuovo, in ogni campo) si compone di scritti sparsi, sul fumetto (in particolare sui Peanuts di Schulz: Eco fondò poi la rivista linus), sulla tv (la famosa “fenomenologia di Mike Bongiorno”), sulla canzonetta, etc., insomma su alcuni prodotti popolari della cultura di massa, che vengono analizzati con la serietà di solito dedicata a prodotti della cultura alta (in ciò ricorda Mythologies di Barthes, del 1959). Ed è di fronte a questa cultura di massa che si definiscono le due opposte fazioni: gli integrati, incuriositi ed eccitati dal pop, che cercano di indagare con gli strumenti più raffinati (tra questi certamente lo stesso Eco, in ciò studioso pioneristico) e gli apocalittici, che assumono l’invasione del pop (fumetto, tv e musica leggera) come sintomo di una decadenza culturale (Pietro Citati disse allora scandalizzato che si sarebbero date tesi di laurea su Topolino! Oggi, suppongo, si diano tesi di laurea su Giletti e la D’Urso). Proviamo a chiederci: chi aveva ragione?

La cosa più intollerabile negli apocalittici, dei quali possiamo condividere un più che fondato scetticismo verso il progresso, è la convinzione di essere loro i depositari della cultura alta. Ma questa non è proprietà di nessuno. Ricordo un intellettuale in tv alla vigilia di Natale inveire contro la volgarità dello shopping, con in mano un volume della Recherche di Proust, mentre si ascoltava in sottofondo Chopin… Ecco in quel caso era lui volgare, con la sua certezza di avere con Proust e Chopin un canale privilegiato. Senza saperlo aveva trasformato la cultura in status symbol, tradendo la sua promessa emancipativa originaria. Ed è totalmente fasulla l’idea “apocalittica” che la cultura di massa sia prodotta a tavolino e calata dall’alto: il movimento è sempre biunivoco.

Degli integrati accolgo l’idea che la cultura sia un bene comune, destinato a tutti, ma ne rifiuto l’idea falsamente democratica che la fruizione della cultura sia sempre gradevole e soprattutto facile. La cultura è per tutti, ma per tutti quelli disposti a fare uno sforzo. La lettura stessa non è un piacere naturale: richiede fatica e autodisciplina. Del saggio di Eco salvo la metodologia, una qualità innovativa dello sguardo. Bene l’appello a studiare Topolino con il rigore con cui studiamo Dante, male però aver diffuso preterintenzionalmente l’idea che Dante e Topolino siano sullo stesso piano. Bisogna sempre distinguere tra cultura alta e cultura di massa: il pur affascinante Corto Maltese non è Conrad, il grande Maus di Spiegelmann non è Se questo è un uomo di Primo Levi, De André (il migliore dei nostri cantautori) non è Caproni, De Crescenzo non è Bertrand Russell (entrambi hanno scritto una storia divulgativa della filosofia), etc. Dove sta la differenza? Direi in una ampiezza e profondità di visione. La cultura vera sempre ci complica un po’ le idee, l’altra no.

Aveva ragione Susan Sontag, che poco prima di morire rievocando un suo pamphlet degli anni Sessanta – Contro l’interpretazione (coevo di quello di Eco) – volle sottolineare come le allegre trasgressioni del pop che allora elogiava, piene di una “impertinente energia”, come gli happening o il fenomeno del camp, sono degenerate in trasgressioni consumistiche e frivole. Oggi in un salotto si può sentir dire che La tregua di Levi è “intrigante” (indignarsene sarà da apocalittici?). E, concludeva la Sontag, bisognerebbe sforzarsi di creare una cultura pluralistica, in cui tra Dostoevskij e i Doors non siamo costretti a scegliere, anche se sappiamo che, messi alle strette, sceglieremmo il primo.