Senza tecnologia il mondo non esisterebbe, noi non saremmo qui e non solo non potremmo comunicare, curarci, viaggiare, ma neanche mangiare. La scoperta del fuoco è già di per sé tecnologia e solo chi ragiona in maniera manichea può pensare che da una parte c’è la natura e dall’altra la conoscenza e la sua applicazione. Sono due ambiti intrecciati, a tal punto intrecciati che il mito della contaminazione essere umano-macchina è un elemento fondativo della nostra civiltà. Ha ragione da vendere quindi Paolo Guzzanti, quando ieri ricordava su queste pagine il valore della tecnologia contro ogni tentazione luddista e ha altrettanto ragione Filippo La Porta che sempre ieri sbottava contro l’esaltazione della natura come qualcosa di perfetto, sacro e contrapposto alla nostra società.

Questa idea di natura è quella che va contro i vaccini, che demonizza il progresso, che rivendica il valore di una società reazionaria. Ma le nuove tecnologie, come tutte quelle che sono venute prima e che verranno dopo, non sono neutre, sono espressione di un mondo, di una cultura, di un punto di vista, E oggi, insieme alle opportunità che internet ci offre, dobbiamo scontare anche più di un disagio che per alcuni si trasforma in un incubo.

Siamo circondati da strumenti che ci spiano: intercettazioni, trojan, algoritmi, droni e adesso, per sconfiggere il coronavirus, si sta pensando di utilizzare app specifiche che mappino i positivi e impediscano di contagiare altre persone. Esistono vari tipi di queste applicazioni e ancora bisogna capire se, quando e quale verrà diffusa. Ma, visto l’utilizzo che è stato fatto finora delle intercettazioni, viene da temere che sarà l’ennesimo strumento per raccogliere dati non a favore della nostra salute o della nostra stessa vita, ma per metterci sotto scacco. Piercamillo Davigo – con la sua convinzione che siamo tutti colpevoli di qualcosa, basta cercare – ha fatto scuola e oggi questo pensiero attraversa la cultura maggioritaria. Spia, spia, qualcosa viene fuori. Le nuove tecnologie si prestano a mettere in piazza la vita delle persone, a rendere pubblico ciò che dovrebbe essere confinato nel privato. Sono uno strumento in mano a chi ama la gogna e i processi sommari.

La fantascienza, soprattutto quella cyber, ha raccontato questo doppio polo: da una parte le possibilità offerte dalla scienza, il futuro, la conquista di altri pianeti, il divenire altro di ciò che siamo in questo momento. È questo il polo dell’utopia, della speranza, dell’idea di progresso. L’altro polo è quello della distopia: il controllo, il dispotismo, la fine della libertà, l’andare indietro nella storia della civiltà. I gangli della tecnologia ci entrano in testa, spiano non solo i nostri movimenti, ma i nostri pensieri: li censurano, li orientano, fanno da guardiani dei desideri. Nel mondo della distopia non c’è posto per il segreto, per l’intimo, per il dialogo, anche osceno, ma vero, tra sé e sé.

Certo, questa realtà è lontana non si è ancora realizzata e la tecnologia resta un campo in cui misurare il futuro anche nelle sue contraddizioni più forti. C’è un filone del femminismo, molto in voga negli anni 90, che si chiama cyberfemminismo e che individua nella realtà virtuale la possibilità di dare vita a nuove soggettività non più segnate dagli stereotipi o dai ruoli. Qui addirittura la tecnologia diventa rivoluzione, la possibilità di disegnare un altro mondo a partire dal rapporto uomo donna, e essere umano-macchina. È l’immagine dell’ibrido che fa da stimolo per ripensare anche sulla terra, nel qui e ora, un modo diverso di stare al mondo.

Tutte idee bellissime e stimolanti. Ma oggi prevale un’altra impostazione. Sembriamo protagonisti di una puntata della serie Netflix Black Mirror e le nostre vite sono sottoposte a un continuo controllo. Crediamo di essere liberi, ma ogni nostra scelta viene monitorata, ogni nostra parola ascoltata, ogni nostra decisione archiviata in una banca dati che forse ci potrà salvare dal Covid-19 ma pagando un prezzo molto alto: rinunciare ogni volta di più alla nostra libertà.
Certo, sto esagerando, non è proprio così.

Ma se pensiamo a come in questi anni nel nostro Paese la magistratura ha gestito le intercettazioni non possiamo che essere pessimisti. Sono state usate senza limitazioni, sbattute sulle pagine dei giornali senza rispetto, date in pasto al pubblico senza alcuna riserva. Oggi si può fare anche di più, anche peggio. Con un dispositivo inserito nel nostro cellulare si può entrare senza più lacune nelle nostre vite, metterle poi in piazza, allestire roghi virtuali in cui bruceremo al cospetto della folla inferocita.

Nella caccia all’untore di manzoniana memoria scattata in questi giorni, abbiamo assistito all’uso della tecnologia per andare a catturare i possibili trasgressori. Droni ed elicotteri hanno sorvolato le nostre città dando vita a scene allo stesso tempo drammatiche e ridicole. A Roma addirittura grazie ad un drone si è catturato un runner che correva da solo, potendo così infliggergli la multa e permettere alla sindaca Virginia Raggi, sparita lei sì dai radar, di fare un post trionfante su facebook. Lo so, fa ridere.

Ma è il segnale di quello che succederà, di quello che succede. Se l’app per seguire i contagiati avrà un’ampia diffusione, non possiamo stare sereni. L’utilizzo di dati sensibili sulla salute, forse, potrà aiutare a contenere il contagio ma se non si vigilerà, se non staremo con lo sguardo puntato, se non useremo tutto il senso critico di cui disponiamo, quelle app saranno al servizio non del nostro benessere, ma di una cultura che neanche il Covid ha messo a tacere: quella del controllo, del giustizialismo, della gogna.