Ambrogio
Arnaldo Pomodoro, l’opera commissionata che gli cambiò la vita. Quando disse: “Da lì iniziai a mangiare tutti i giorni”
Intervista a Fiorenzo Galli (Museo della Scienza): “A Milano serve un’educazione alla complessità”
Venticinque anni alla guida del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia, una formula che ha fatto scuola — il “neomedioevo quantistico” — e una convinzione che attraversa tutta la sua direzione: la saggezza non può essere individuale, deve essere collettiva. Per Fiorenzo Galli educare alla complessità è oggi il compito civile della cultura scientifica milanese.
Direttore Galli, il suo museo racconta una crescita tecnologica sempre legata, quasi moralmente, alla mano dell’uomo. Oggi che la tecnologia si fa algoritmo invisibile, quale eredità custodite?
«Quella di una società che è la nostra città, una Milano tradizionalmente accogliente: accoglie idee, persone, tecniche, prodotti. E li trasforma, li interpreta. Noi milanesi siamo abituati a rielaborare le mutazioni che ci arrivano da fuori, a trasformarle nella nuova società in cui dovremo vivere. Quando intervistarono Arnaldo Pomodoro per un’opera che gli avevamo commissionato nel 1958, disse: ‘Da quel giorno io e mio fratello cominciammo a mangiare tutti i giorni, invece che un giorno sì e uno no’. Milano è sempre stata questo. Difendiamo l’atteggiamento con cui questa città interpreta i cambiamenti che essa stessa produce o accoglie e trasforma».
Lei ha coniato la formula del “neomedioevo quantistico”, che unisce smarrimento simbolico e rivoluzione tecnologica. Cosa significa lavorare in un’epoca così?
«Significa andare più rapidamente, avere un team preparato su tanti fronti. Nel primo chiostro abbiamo voluto, anni fa, il gruppo scultoreo dei Sette Savi di Fausto Melotti: nel mito greco, Zeus tentò di premiare il più saggio fra loro, ma quelli rifiutarono collettivamente, perché la saggezza non può essere individuale. Da lì nasce la pur imperfetta democrazia ateniese. Oggi il primo scopo non è più solo il possesso del denaro, in termini hegeliani, ma il dominio delle tecnoscienze. E a questo scenario noi non siamo preparati, né come Paese né come Europa. Draghi lo ha ribadito ricevendo il premio Carlo Magno. È medioevo perché se non parli quel latino lì non sai più da che parte stai andando. È quantistico perché non sappiamo dove siamo o né a che velocità stiamo andando. E quando uno non sa dove andare, ottiene la maggiore velocità stando fermo».
Milano ha sempre trasformato il pensiero in capitale, in azione. Tiene ancora?
«Noi abbiamo un’attività internazionale fortissima. Abbiamo fondato un think tank dei cinque più importanti musei scientifici europei: Londra, Parigi, Monaco, Varsavia e Milano. Faccio parte da oltre vent’anni dell’organo di controllo del Deutsches Museum, e quando, con altri, devo approvare i loro bilanci mi sembro l’eroico alleato delle Sturmtruppen: qui ricevo dai governi italiani, qualunque sia il colore, gli stessi denari che il museo riceveva venticinque anni fa. Eppure produciamo ogni anno oltre duecentocinquanta eventi, oltre seicentomila visitatori all’ann0, un’infrastruttura civica essenziale per alimentare la curiosità lungo tutta la vita, perché la formazione non finisce con l’università. Long life learning. Siamo qui per questo».
Lei ha parlato spesso del “saper fare” come forma di cittadinanza. Come si declina davanti a ragazzi che imparano prima un’AI che ad avvitare una vite?
«Noi parliamo di cittadinanza scientifica, formula anglosassone che usiamo da decenni. Con Paola Dubini abbiamo presentato al Salone di Torino un libro intitolato Scienza è Cultura, che abbiamo scritto per Egea editore. Significa che le cognizioni necessarie per comprendere ricerca e tecnologia non servono solo agli ingegneri o ai biologi: servono ai cittadini, perché la politica deve prendere decisioni e i cittadini devono potersi esprimere con un minimo di comprensione. I nostri laboratori non sono di educazione frontale, sono hands on: ci metti le mani sopra. Riceviamo quattromiladuecento gruppi scolastici l’anno, formiamo seicento insegnanti. È molto meglio un bravo violinista che un cattivo ingegnere».
Una società complessa chiede decisioni complesse. Qual è il compito del museo?
«Educare alla complessità. È troppo superficiale e anche alquanto scorretto, rispondere con semplicità a temi complessi. È la debolezza intrinseca della politica, dare risposte immediate a questioni che andrebbero pensate meglio. La complessità ha un impegno, come la libertà: senza impegno la libertà cade subito. Se viviamo in una società dove ricerca e tecnologia sono una quota largamente presente — non ancora dominante, perché credo ancora nell’umanesimo, che deve restare il joystick nelle mani di un essere umano — allora non capire la complessità significa andare incontro a reazioni istintive su temi che richiedono pensiero».
Milano è buona interprete di tutto questo?
«Milano ha sempre avuto la capacità di accogliere idee, persone, tecniche, prodotti, e di trasformarli reinterpretando il proprio futuro. Credo ce l’abbia ancora. Altrimenti il declino è all’orizzonte. Il prodotto di Milano è sempre stato il capitale umano: questo è quello che nel nostro piccolo contribuiamo a generare, in un universo per metà neomedievale e per metà quantistico».
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