È difficile esprimere un giudizio definivo sul destino dei monumenti dedicati a personalità di altri tempi. Qualsiasi scelta si faccia sulla loro permanenza o rimozione (anche violenta) dalle piazze in cui danno riparo ai piccioni (una specie di volatile ingiustamente perseguitato) vi sarebbero decine di controprove a giustificazione di una scelta differente. Ho riflettuto, mentre scrivevo, che da noi a Rodolfo Graziani comandante dell’esercito di Salò è dedicato una sorta di Mausoleo ad Affile, suo paese natale. Graziani non è certo paragonabile ad un gentiluomo del Vecchio Sud come il generale Robert Lee che guidò le truppe della Confederazione durante la Guerra civile americana. Graziani, già nella sua esperienza coloniale, fu un massacratore di migliaia di etiopici inermi. Credo, però, che non avrebbe molto senso a tanti anni di distanza (Graziani morì nel 1955) prendersela con quell’edificio (probabilmente bisognava provvedere sul momento).
Di monumenti ne sono caduti tanti, a testimonianza dell’odio represso della popolazione nei confronti del personaggio raffigurato. Dopo il 25 luglio del 1943, la popolazione di Roma si riversò nelle vie e strappò dalle loro basi i busti del Duce. In Germania non credo che esistano monumenti a Hitler e ai suoi gerarchi.

Così nei Paesi ex Urss ed ex satelliti i monumenti a Stalin furono rimossi dopo il rapporto di Kruscev al XX Congresso del Pcus. Nella Piazza Rossa si conserva ancora la mummia di Lenin allo scopo forse di tenere occupato il posto quando verrà il turno di Putin. Nella Repubblica Ceca si è aperto un conflitto diplomatico con la Federazione russa per la rimozione della statua del generale dell’Armata Rossa che liberò Praga dall’occupazione tedesca. Sono sconvolto per la caccia becera e spietata ai monumenti, in corso, negli Usa, in nome di un atteggiamento ritenuto “politicamente corretto” in seguito ad una grande sbornia collettiva. Hanno imparato dai talebani o dai militanti dell’Isis a cancellare le icone della propria storia. In quel Paese è scoppiato il senso di colpa del razzismo, che, come abbiamo visto in questi ultimi giorni, sconvolge ancora l’anima profonda dell’America, soprattutto perché non è quello della curva dello stadio di una grande città, ma delle istituzione stesse. Non si sconfigge il razzismo attraverso la distruzione dell’immagine di chi non poteva – per quei tempi – non essere razzista, perché era cresciuto e vissuto in quella cultura.

A suo tempo trovai singolare che una persona della cultura e della storia (anche famigliare) dell’onorevole Emanuele Fiano si fosse messo a fare la guerra non solo ai nostalgici o ai neofiti del fascismo, ma anche ai collezionisti, ai produttori di giocattoli (come ad esempio i soldatini raffiguranti i combattenti della seconda guerra mondiale) e a chi, appeso al muro di casa sua, intende conservare un ritratto di Mussolini, magari ereditato da chissà chi e riposto in un sottoscala. È un’iconoclastia insensata, come se a cancellare ogni immagine dei dittatori del secolo scorso ci si mettesse al sicuro dal ripetersi di esperienze come quelle tragicamente vissute dai nostri genitori e nonni. Quando, al contrario, sarebbe più urgente accorgersi del fascismo di nuovo conio che siede in Parlamento (e che non è costituito dai nostalgici di quello antico). Del resto, non si può chiedere a nessuno di anticipare l’evoluzione della cultura e del pensiero nella storia dell’umanità.

Prendersela con Via col vento è da imbecilli, quando uno dei primi capolavori almeno sul piano tecnico del cinema del secolo scorso è La nascita di una nazione (del 1915) di David Griffith nel quale il Ku Kluk Klan era presentato come un sorta di esercito di liberazione. Addirittura, qualcuno vorrebbe prendersela con Cristoforo Colombo come se il grande navigatore che per caso “scoprì” l’America (e che morì povero) potesse immaginare che dopo di lui sarebbero arrivati i Conquistadores che, dopo aver bruciato le navi alle loro spalle, infettarono di un coronavirus di quei tempi intere popolazioni. E come poteva un difensore dell’Impero britannico come Winston Churchill essere contrario al colonialismo? Occorre usare prudenza quando si gioca con la propria storia. Perché se si volesse portare l’espiazione dei nostri errori fino in fondo, non ce la caveremmo demolendo le statue dei protagonisti di altre epoche storiche. Soprattutto noi europei dovremmo restituire alle nazioni e ai popoli dell’emisfero meridionale la nostra ricchezza e il nostro benessere. Come ha potuto fiorire nel Vecchio Continente un’idea tanto estesa e compiuta di tutela dei lavoratori dalla culla alla tomba?

Questo faro di civiltà, da additare come esempio alle generazioni future; questo presidio che tutti i democratici sono tenuti a difendere – si è tornati a ripetere la solita solfa – contro la “barbarie del neoliberismo” avrà pure delle origini. Certamente. Lo stato sociale è frutto dello sviluppo economico, assai intenso e duraturo in Europa e soprattutto con radici lontane. Non è forse avvenuta nella vecchia Europa la rivoluzione industriale? A voler rispondere onestamente, infatti, bisognerebbe ricordare quanto la crescita economica sia dovuta all’enorme disponibilità di materie prime a prezzi stracciati e dunque a quel fenomeno di cui noi europei non possiamo andare molto fieri e che è noto col nome di colonialismo. Come scrisse Alexis de Tocqueville (La democrazia in America): «Il legislatore (la politica, ndr) somiglia all’uomo che traccia la sua rotta in mezzo al mare; può dirigere la nave che lo porta, ma non può cambiarne la struttura, né creare i venti, né impedire all’Oceano di sollevarsi sotto i suoi piedi».